Commento al Vangelo di domenica 13 Settembre 2020 – d. Giacomo Falco Brini

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Non si può veramente capire cos’è la correzione fraterna come atto di amore (cfr. il vangelo di domenica scorsa) se non si accoglie sinceramente il messaggio inequivocabile del vangelo di questa domenica. Quella senza questo non si può illuminare agli occhi del nostro cuore, e viceversa. Pietro si rende conto, dalle indicazioni di Gesù circa i rapporti tra i discepoli, di quanto gli stia a cuore la fraternità, e allora gli fa una domanda con proposta in allegato: Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? (Mt 18,21)La risposta di Gesù alla domanda di Pietro (Mt 18,22) non solo amplia all’infinito l’orizzonte del perdono così ristretto nel cuore del suo discepolo, ma offre un’occasione unica a Gesù per ribadire, con una parabola, quale sia il fondamento di ogni vera fraternità. E, vista la chiarezza dell’insegnamento, si rassegni ogni spirito che voglia dirsi “cristiano” a cercare di giustificare in qualche modo il perdono negato, qualunque sia il tipo e la ripetizione dell’offesa in oggetto. Non esistono perdoni da concedere e perdoni da negare. Esistono solo perdoni più facili e perdoni più difficili da regalare; perdoni che hanno bisogno di più tempo e perdoni che ne hanno bisogno di meno, ferma restando la fatica “naturale” dell’uomo a perdonare. Non a caso il proverbio dice: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura mai”.

Il re che volle regolare i conti (Mt 18,23) è personaggio straordinariamente magnanimo difronte al debito insolvibile di un tale che gli viene presentato (Mt 18,24): un talento=6000 giornate lavorative; quindi il debito di 10.000 talenti=60.000.000 di salari quotidiani. Per pagare tale debito ci vorrebbero 200.000 anni da vivere, e senza mangiare! Oppure: al tempo di Gesù un talento pesava 36 kg. di metallo; quindi 10.000 talenti sono un peso da 360 tonnellate di metallo prezioso. Con che cosa lo si trasporta e quanto tempo occorrerebbe per trasportare questo debito? Il centro del messaggio emerge generando un’altra domanda: cosa fa cambiare così repentinamente il re che aveva ordinato che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva? La compassione davanti alla supplica della sua preghiera (Mt 18,26). Il re infatti lo lascia libero condonandogli tutto il debito (Mt 18,27). Il problema molto serio della parabola è che appena uscito (Mt 18,28) quell’uomo trova un compagno che ha un debito infinitamente minore nei suoi confronti e sembra non aver imparato nulla dalla magnanimità del re. Il compagno gli rivolge la stessissima supplica, ma non trova in lui alcuna pietà (Mt 18,29-30). Altri compagni assistono alla scena e molto dispiaciuti riferiscono al re l’accaduto (Mt 18,31). Il re convoca quell’uomo e, chiamandolo servo malvagio gli chiede come mai, dopo aver sperimentato l’abbondanza del suo perdono, non si sia comportato così anche con il proprio debitore. Sdegnato, cambia la sua decisione ed esegue verso quel tale la stessa “sentenza” che emessa nei confronti del suo debitore. Lapidaria la conclusione del vangelo: così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello (Mt 18,35).

Tutto sommato, credo che la nostra ragione non faccia fatica a riconoscere come giusto il comportamento del re. Eppure, pur riconoscendolo, l’insegnamento evangelico giunge come un ammonimento provocatorio che “costringe” a porci una serie di domande: ma io come vivo le mie relazioni con i fratelli? Come un creditore o come un debitore? Nella mia vita di fede, qual è il baricentro del mio agire? La mia promessa di restituire a Dio ciò che gli devo (cfr. Mt 18,26) oppure la sua promessa già compiuta con il dono del Figlio suo Gesù, nostro Salvatore? Insomma, vivo la mia relazione con Dio nell’ansia di dovergli qualcosa per la coscienza del mio debito (illudendomi di poterlo saldare), oppure nella gioia di non poterlo cancellare, perché credo che Colui che l’ha già cancellato (cfr. Col 2,13-14) mi offre ogni giorno una vita da peccatore perdonato? E poi: credo che il Signore mi ha fatto dono del potere di perdonare gli altri come Lui mi ha perdonato? Oppure mi nascondo dietro l’innata fatica umana di perdonare, creandomi un alibi davanti alle dure prove che ci fanno sentire come insormontabile il perdono di certe offese? È davvero il perdono al centro della vita nuova che Gesù ci ha donato o c’è qualcos’altro?

Penso che tutti ricordiamo lo scalpore generato un paio di anni fa da Antoine Leiris, un uomo francese che, all’indomani della tragica scomparsa della moglie ad opera dei terroristi dell’ISIS, dopo alcune notti di dolore insonni scrisse la celebre lettera pubblicata con il titolo “Voi non avrete il mio odio”. In quella lettera l’uomo non solo testimoniava la sua forza nella decisione di non odiare gli assassini di sua moglie, ma prometteva anche di crescere il suo piccolo figlio insegnandogli a operare questa stessa scelta, aggiungendo che in essa, insieme, sarebbero stati “più forti di qualsiasi esercito”. Non so se il sig. Antoine sia cristiano, ma so di certo che, anche se non lo fosse, la sua decisione è stata un raggio potente di luce che ha squarciato le tenebre di quel tragico momento della storia. Perché anche la Parola di Dio conferma, nella 1a lettura di oggi, che se sono orribili le tragedie procurate dai gravi peccati degli uomini, anche rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati… (cfr. Sir 27,30-28,1ss.).

Dunque la scelta del perdono è anche ragionevole. Però è la rivelazione del volto di Dio nella Bibbia che la fonda e la rafforza, come abbiamo nella parabola raccontata da Gesù. In essa infatti, il Signore ci indica con chiarezza come poterlo seguire sulla via di un amore che non indietreggia davanti alle offese che si possono abbattere nella nostra vita: pensare ai miei 10.000 talenti di debito condonati da Dio piuttosto che ai 100 denari che il mio prossimo mi deve. Se sono realmente convinto che le cose stanno così, allora non sarà solo faticoso percorrere la sua via di amore a oltranza, ma sarà anche l’esperienza di un potere che davvero il Signore dona a chi gli crede. Un’ultima considerazione. Il sig. Antoine si è ripromesso di educare il suo piccolo a non odiare, ma a perdonare. Ha scelto anche il miglior investimento per suo figlio. Perché se induci un essere umano a ricordare sempre i peccati altrui, lo fai vivere nel rancore e nell’odio incendiatosi nel passato. E lì si vive malissimo, in prigione con sé stessi e con l’animo sempre in rivolta verso gli altri; da lì non ci si muove più. Se invece decidi di educare un uomo al perdono, lo fai camminare avanti e gli garantisci il futuro. Perché solo chi vive del perdono di Dio e si impegna a sua volta a perdonare, è veramente un uomo libero che vive già nel futuro.


AUTORE: d. Giacomo Falco Brini
FONTE: PREDICATELO SUI TETTI
SITO WEB: https://predicatelosuitetti.com