Commento al Vangelo del 12 Maggio 2019 – don Luciano Labanca

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La IV domenica del tempo di Pasqua è tradizionalmente collegata all’immagine di Gesù Buon Pastore, come ci viene offerta dalla tradizionale lettura del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni. Il breve brano evangelico che ci è proposto, tratto proprio da quella parte del IV Vangelo, in poche pennellate ci conduce nelle profondità del cuore di Cristo, il Vero Pastore, in quella relazione unica e insostituibile con le sue pecore, che ascoltano la sua voce, sono docili ai suoi comandi, sono da lui conosciute singolarmente e intimamente e lo seguono con tutta la loro esistenza.

Nessuno, come Cristo, ci conosce così in profondità: Egli è – come scriveva Sant’Agostino – “interior intimo meo” (Confessioni, III,6,11), ossia più intimo a me di me stesso, perché sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. In un cammino simile a quello di una spirale ascendente, il discorso di Gesù prosegue: Egli dà alle sue pecore la vita eterna, ossia non quella semplicemente biologica, ma quella dello Spirito, che non conosce fine e limiti. I nemici non potranno prevalere su queste pecore, perché Cristo le sostiene: chi è in Lui, non può andare perduto, perché Egli lo tiene per mano.

Né la persecuzione, né la morte, possono distruggere il gregge di Cristo. Chi aderisce a Lui liberamente e convintamente, rispondendo alla sua chiamata nella fede, non ha nulla da temere. La forza del rapporto di Cristo Pastore con le sue pecore deriva da una comunione ancora più profonda e intensa, quella della Trinità, tra Cristo e il Padre. Proprio il Padre, Fonte di ogni santità, dalla cui volontà deriva il disegno universale di salvezza, affida al Figlio, nello Spirito, la sorte del gregge, che è la Chiesa.

L’identità di questo pusillus grex (piccolo gregge), che è la Chiesa, sgorga dalla Trinità, in cui il Padre e il Figlio sono una cosa sola. In Dio non c’è divisione e dispersione: il Padre e il Figlio sono una cosa sola, quindi quanto più ci si riconosce pecore di questo ovile, tanto più si può sperimentare questa unità in se stessi e nella comunità, che è partecipazione alla comunione profonda di Dio Trinità. Scrive Thomas Merton: “La prima cosa che devi fare, ancor prima di cominciare a pensare a cose quali la contemplazione, è cercare di recuperare la tua naturale unità di fondo, riprendere il tuo essere frammentato e ricomporlo in un insieme coordinato e semplice, e imparare a vivere da persona umana unificata. Questo significa che devi rimettere insieme i frammenti della tua esistenza distratta, in modo che quando dici «io», ci sia realmente qualcuno presente a sostenere il pronome che hai pronunciato” .

Fonte – il blog di don Luciano

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