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Sr. Palmarita Guida – Commento al Vangelo del 8 novembre 2026

Non basta avere una lampada, bisogna avere l’olio per tenerla accesa.

C’è un particolare inquietante in questa parabola: tutte e dieci le vergini aspettano lo sposo, tutte hanno una lampada, tutte si addormentano. Apparentemente non c’è differenza tra loro. Eppure, quando arriva il momento decisivo, cinque sono pronte e cinque no.

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Gesù ci sta dicendo che non basta aspettare Dio, bisogna essersi preparati a incontrarlo.

E non è tanto importante sapere quando arriverà il momento della nostra morte, quanto piuttosto come stiamo vivendo oggi, perché la morte non è la fine della storia, ma l’ingresso nella festa sponsale con Dio. Il problema non è quando moriremo, ma se avremo imparato a vivere da persone che conoscono lo Sposo.

Ma attenzione: avere una lampada non significa avere l’olio!

La lampada può rappresentare la nostra religiosità esteriore: le Messe frequentate, le devozioni, le processioni, le preghiere recitate, le abitudini religiose. Tutte cose che possono essere importanti, ma che non garantiscono da sole una relazione autentica con Dio.

L’olio è un’altra cosa. È ciò che alimenta la nostra fede e la rende capace di attraversare anche le notti più lunghe.

È l’olio dell’ascolto quotidiano della Parola, dell’Eucaristia celebrata e adorata, del sacramento della Riconciliazione vissuto seriamente, della preghiera come relazione intima e non come semplice recita, della carità concreta e operosa.

L’olio è la vita di Dio che abbiamo lasciato entrare in noi e che, giorno dopo giorno, ha trasformato il nostro modo di pensare, amare, scegliere e vivere.

Ecco perché le sagge non possono dare il loro olio alle stolte. Non perché siano egoiste, ma perché la relazione con Dio non si può prendere in prestito da nessuno. Non si eredita, non si delega, non si improvvisa all’ultimo momento. È una storia personale che ciascuno deve costruire.

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Ma la frase più terribile è quella pronunciata dallo sposo: «Non vi conosco».

Non significa che Dio non ci conosca. Significa che noi non gli abbiamo permesso di entrare nella nostra vita. Abbiamo frequentato i suoi luoghi, pronunciato il suo nome, celebrato i suoi riti, ma forse non gli abbiamo mai consegnato davvero il cuore.

È possibile essere praticanti e non essere conosciuti dallo Sposo perché non abbiamo mai fatto esperienza di Lui!

E allora questa parabola diventa una provocazione soprattutto per noi, che ci definiamo credenti, che frequentiamo la Chiesa, che partecipiamo alle celebrazioni, che magari abbiamo anche incarichi e responsabilità ecclesiali.

Dove stiamo prendendo l’olio per le nostre lampade?

La nostra fede è una relazione viva oppure un’abitudine religiosa? La nostra preghiera ci cambia oppure ci tranquillizza? L’Eucaristia che celebriamo diventa carità concreta oppure finisce con il rito? La Parola ascoltata entra nelle nostre decisioni oppure rimane una bella meditazione domenicale?

Non possiamo vivere di rendita spirituale. Non basta aver fatto un cammino, aver ricevuto sacramenti, appartenere a una comunità o avere un ruolo nella Chiesa.

Lo Sposo non ci chiederà quante cose abbiamo fatto in suo nome, ma se abbiamo imparato a vivere con Lui e come Lui.

La vera stoltezza non è addormentarsi nell’attesa, ma arrivare alla fine della vita scoprendo di non aver mai costruito una relazione d’amore con Dio.

Non aspettiamo la mezzanotte per accorgerci che la nostra lampada è vuota. L’olio si raccoglie oggi, nelle scelte di ogni giorno.

Perché non si entra alla festa di Dio per abitudine religiosa, ma per una vita che è diventata, finalmente, una storia d’amore con Lui.La domanda finale non è quanto possediamo, ma chi stiamo servendo.

A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade 

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