Nel Vangelo di oggi Gesù ci pone davanti a una verità che spesso evitiamo: chi si sente servo non ama davvero.
Il servo esegue, obbedisce, compie gesti corretti… ma per dovere.
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L’amore non nasce dal dovere: nasce dalla libertà.
Nasce dall’identità.
E qui sta il punto più scandaloso del Vangelo: Gesù ci toglie l’etichetta di servi e ci dona il nome di amici.
Il servo non conosce il perché di ciò che fa; l’amico, invece, entra nel cuore, accede ai segreti, condivide la missione.
Il servo “deve amare”; l’amico “non può non amare”.
E allora Gesù oggi ci provoca così: Forse molti di noi fanno ancora le cose per Dio, ma non da amici di Dio.
Viviamo la fede obbedendo, ma senza ardere; ci impegniamo, ma senza lasciarci trasformare; manteniamo i nostri doveri religiosi, ma senza lasciar toccare l’intimità del cuore.
Poi arriva la frase più destabilizzante di tutte: “Non voi avete scelto me, ma Io ho scelto voi.”
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Questa frase distrugge la spiritualità del “faccio ciò che posso”.
Non siamo noi a costruire la nostra vocazione: è Dio che ci ha scelti, che ci ha preceduti, che ci ha guardati prima ancora che noi lo guardassimo.
E noi spesso ci illudiamo di aver scelto Dio, come se fosse un progetto, un ruolo, un percorso che abbiamo selezionato nel menù delle alternative.
Invece no: siamo scelti.
Chiamati.
Voluti.
Desiderati.
E quando Dio sceglie, costituisce: non ci dà solo un compito, ci dà un’identità.
Ci rende qualcuno davanti a Lui.
E solo da questa identità nasce il frutto.
Il frutto che rimane non è ciò che facciamo, ma ciò che diventiamo.
I frutti eterni non vengono da sforzi o strategie, ma da un’identità trasformata: l’identità di chi ha smesso di servire per obbligo e ha iniziato ad amare per appartenenza.
Vuoi continuare a fare cose per Me come un servo che esegue?
O vuoi vivere con Me come un amico che ama?
Perché solo l’amico porta frutto.
E porta frutti che rimangono per sempre.
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
