Pietro trasforma ancora la sequela in una questione di dare-avere. Ha lasciato tutto, sì, ma subito domanda: «Che cosa ne avremo?» Come se anche con Gesù dovesse esserci una ricompensa proporzionata al sacrificio.
Il punto provocatorio potrebbe essere proprio questo: abbiamo davvero incontrato Gesù o stiamo ancora facendo un investimento su di Lui? Lo seguiamo perché lo amiamo oppure perché ci aspettiamo qualcosa?
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E Gesù non dice che lasciare tutto non abbia valore. Dice qualcosa di più profondo: la salvezza non si compra con le nostre rinunce, con le nostre opere, con i nostri sacrifici. È dono. È grazia. È gratuita. E proprio perché è gratuita, non può essere rivendicata come un diritto.
La frase «cento volte tanto» non è un tariffario divino. È la promessa di una vita nuova dentro una logica completamente diversa da quella del mondo: chi si dona non perde, chi si abbandona non rimane vuoto, chi ama gratuitamente entra nella logica del Regno.
La provocazione allora diventa: io, perché seguo Gesù?
Perché ne ricavo qualcosa? Perché mi protegga, mi ascolti, mi ricompensi? Perché ho fatto tanto per Lui e quindi mi deve qualcosa?
Oppure sono arrivato al punto in cui posso dire:
«Signore, non ti seguo per ciò che mi darai. Ti seguo perché ho trovato Te.»
È qui che finisce il cristianesimo vissuto come contratto e comincia la relazione con Dio vissuta come amore gratuito e abbandono.
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
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