«Pienezza della Legge è la carità», scrive san Paolo; e noi oggi lo leggiamo nella Seconda lettura. Pienezza di ogni scelta, di ogni parola pronunciata e di ogni gesto agito in nome di Dio è l’amore.
E queste parole ci raggiungono esplicitando il senso della correzione fatta a un fratello o a una sorella, correzione che sembra essere il cuore della Parola che la liturgia oggi, XXIII domenica, ci dona.
Devo essere onesta: tremo nell’ascoltare queste letture. Tremo vedendo quello che sta succedendo in giro, sui social, sulle diverse piattaforme digitali, nelle realtà ecclesiali… tremo nel pensare a come questi brani potranno essere usati per scagliare invettive contro chi riteniamo “malvagi”, “fuori dalla grazia”, “lontani dalla retta via”.
Sempre più frequentemente c’è chi, parola di Dio alla mano, si erge a paladino di Dio e della sua Legge; e in nome della Parola separa i buoni dai cattivi, emette sentenze contro tutti coloro che escono fuori dalle proprie prospettive, giudica, separa, condanna dall’alto più della propria legge che di quella di Dio. E sì, inutile nasconderlo, un microfono e una webcam hanno il potere di amplificare le parole, il giudizio, e purtroppo, con il giudizio, l’odio. E la tentazione è sempre più dilagante. Così come dilagante è l’aggressività di chi corregge per difende la Chiesa e protegge il nome di Dio e dei santi.
Ma è davvero questo lo stile di Dio?
Ezechiele, Paolo, Gesù non mi rimandano a questo modello di fede. Per questo ho voluto iniziare citando quello che Paolo dice ai Romani, e che ripeto: «Pienezza della Legge è la carità». E voglio richiamare la parola che Dio affida a Ezechiele: «Io ti ho posto come sentinella… quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia».
Ecco, in questo riconosco il Dio dell’alleanza, il Dio che da sempre ha accompagnato il suo popolo con un amore eterno, e che Gesù ci ha rivelato, non tanto a botte di miracoli ma dando sé stesso, e insegnandoci a dare noi stessi.
La correzione di cui Dio ci chiede di divenire capaci è fraterna, e trova il suo perché nel grande amore che lui ha per ognuno delle sue figlie e figli. La correzione di cui ci chiede di diventare segno non può che essere visibilità della voglia di vita piena che lui ha per noi.
La correzione, scrive mons. Tolentino in un suo recente libretto, trova il suo senso nella determinazione di Dio: ci vuole amare a tutti i costi, e non molla, non si lascia scoraggiare né allontanare dal nostro peccato, dalla nostra voglia di stargli lontano; il suo amore non desiste, per questo ci corregge e manda per noi sentinelle, o a volte ci chiede di essere sentinelle per gli altri.
Se allora, per correggere dobbiamo essere sentinelle, la domanda è d’obbligo: «Sentinella, di cosa nutri il cuore? Quanto profondamente riesci a dare spazio a Dio, ad ascoltare la sua Parola per farne dono ai fratelli e sorelle?». Dono! Non clava!
Mi stupisco e al tempo stesso soffro nel vedere quanti giovani e adulti si allontanino dalla fede a causa della violenza del nostro annuncio. Non stupitevi, non esagero: dico violenza, perché ritengo che sia violento dare sempre e solo voce a un Dio che ci aspetta al varco, che gode nel vederci cadere, soffrire, che fa della morte uno spauracchio.
La correzione che rivolgiamo agli altri, quando è necessaria, nasce sempre e solo dal nostro cuore sul cuore di Dio:
non sbeffeggia, non si vanta, non allontana;
si fa prossima, si fa sorella, sa piegarsi, sa farsi carico.
La correzione che viene da Dio ascolta prima di parlare. È sentinella che indica e condivide bellezza, pienezza, amore.
Per gentile concessione di Sr. Mariangela, dal suo sito cantalavita.com
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