Germogliย
Arriva lโestate.
Nuovamente. Le parrocchie si attrezzano con i campi estivi, chi puรฒ si programma un poโ di ferie, le notizie che arrivano dal mondo sono sempre piรน cupe e sconfortanti.
E noi, teneri topoloni, attendiamo cieli nuovi e terra nuova in cui avrร stabile dimora la giustizia. E, nel frattempo, costruiamo il Regno. A piccoli passi possibili, direbbe Chiara Corbella.
Un poโ come chi ha seminato lโorto e aspetta che il seme germogli e porti frutto.
Capaci di leggere il presente, costruendo il futuro.
La Liturgia, chiusa la lunga parentesi iniziata con la quaresima e finita quindici giorni fa con il Corpus Domini, si sostiene in questo discernimento: Marco ci regala una piccola parabola, una similitudine, un paragone, che solo lui riporta.
Tre piccoli versetti da mandare a memoria e da usare quando ci lasciamo prendere dallโansia da prestazione (cristiana). Un potente ansiolitico interiore.
ร il regno che viene, non sono gli uomini a farlo venire.
Non siamo unโazienda, siamo solo dei discepoli sgarrupati, che Dio rende essenziali.
Quindi: restiamo sereni. Keep calm. Soprattutto ora.
La falce
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La piccola similitudine รจ divisa in tre parti e ha due protagonisti: il contadino e il seme.
Il primo compare allโinizio e alla fine e, volutamente, Marco ne sottolinea il ruolo assolutamente marginale e compie due sole azioni: getta il seme e manda (getta?) la falce.
Interessante: non semina ma getta il seme, come ad indicare unโazione non prevista, un campo non adibito alla semina, una scelta non pianificata, come a dire: getta il seme della Parola ovunque ti trovi, ogni luogo รจ da fecondare! E la seconda affermazione รจ ancora piรน curiosa, una specie di errore grammaticale: letteralmente Marco scrive, in greco, che il contadino manda la falce, non va nemmeno a falciare, qualcun altro, la falce!, se ne occupa.
Sappiamo che non รจ cosรฌ semplice. Sappiamo che il terreno va accudito, irrigato, disinfestato dalle erbacceโฆ ma il racconto vuole rimarcare la forza intrinseca del seme e lโapparente marginalitร del seminatore.
Il secondo citato, il seme, รจ il vero protagonista del brano: mentre lโuomo dorme, lui germoglia, cresce, porta frutto. Gesรน descrive quasi plasticamente la lenta azione del seme che buca la terra, si fa germoglio, cresce, si gonfia e si dona nel frutto.
Il contadino รจ inattivo, il seme no.
Al punto che, alla fine, รจ il frutto che stabilisce lโora della mietitura. Letteralmente Marco scrive appena il frutto lo consente. Lโuomo non fa, ma accoglie. E deve accogliere in fretta, subito.
ร il frutto che fa tutto.
Il contadino non sa nemmeno come ciรฒ avvenga, non se ne occupa, non ha il potere del controllo.
Fuor di metafora
Gesรน, totalmente uomo, si interroga su quanto sta accadendo, sulla sua strategia pastorale. Determinato nel continuare la sua missione, si interroga sulle difficoltร che incontra.
E dice a se stesso, ai suoi discepoli, a noi, una cosa molto semplice: il regno di Dio รจ, appunto, di Dio. Non nostro. Ha una sua logica, una sua tempistica, una sua dinamica che, spesso, ignoriamo.
Come accade col seme.
La Parola seminata agisce anche se non ce ne accorgiamo. Ha tempi lunghi, certo, diversi dai nostri, ma agisce con forza e costanza. A noi rimane il compito di gettare il seme e di coglierne il frutto, subito, appena questi matura.
Gesรน chiede di passare dalla logica dellโefficienza a quella dellโaccoglienza.
Ahia.
Quante inutili ansie portiamo nel cuore! Proprio noi cristiani, noi discepoli che dovremmo, almeno un poโ, fidarci di Dio e della sua Parola!
Il ragionamento di Gesรน รจ semplice ed efficace: il regno รจ di Dio, tu, assecondalo.
O, in altre parole, come ripeto spesso, fra il serio e il faceto: il mondo รจ giร salvo, non lo devi salvare tu. Il mondo รจ giร salvo, รจ che non lo sa.
Vuoi fare qualcosa? Vivi da salvato.
Per noi, oggi
Questa logica evangelica dellโattesa, della fiducia, caratterizza (o dovrebbe) la nostra vita comunitaria, ma anche la nostra vita interiore. La stessa pazienza che il Signore chiede nel lasciar agire il regno, la stessa fiducia che chiede di avere nella potenza della Parola, la dobbiamo avere verso noi stessi e i nostri percorsi di vita.
Come il terreno, cioรจ il nostro intimo, accoglie e fa crescere il seme รจ un mistero: inutile cercare di accelerarlo, inutile cercare di manipolarlo, รจ una questione fra Dio e lโanima, un evento intangibile nella coscienza del discepolo (cfr. Ap 3,20).
Il granello di senape
Ancora riflette, il Maestro, ed introduce lโultimo enigma con una doppia domanda, come era in uso nei dialoghi dei rabbini per coinvolgere lโuditorio.
La parabola parla di una mutazione, di un cambiamento, di una evoluzione.
Perchรฉ quando si parla di Dio tutto si trasforma. ร dinamico Dio, sempre piรน avanti di quanto di lui riusciamo a cogliere.
Usa questa splendida immagine servendosi con forza di un contrasto, che รจ il cuore della parabola.
Il protagonista della parabola รจ ancora il seme: a lui sono riferiti i verbi. ร seminato, sale su, diventa un ortaggio, ramifica.
Ma al Signore piace giocare con gli opposti: il piรน piccolo dei semi diventa il piรน grande degli ortaggi, un vero albero, con grandi rami.
Ha ragione: il seme della senape, anche se non รจ il piรน piccolo in natura, come affermato, รจ comunque minuscolo: misura appena un millimetro di grandezza. Ma, sulle sponde del lago di Tiberiade, puรฒ crescere fino a raggiungere i tre metri di altezza.
Spettacolare.
La logica del regno
La Parola di Dio ha una sua efficacia, il seme germoglia e porta frutto, cosรฌ lโannuncio del regno che avanza anche se non sappiamo bene come. Ma รจ una logica diversa da quella che ci immaginiamo. Parte dal poco, allโinizio รจ insignificante, piccolo come un granello di senape.
Ha un suo inizio e una sua progressione.
Gesรน non parla di trionfalismi, non immagina grandi successi delle chiese, come a volte รจ stato interpretato goffamente questo testo, non sogna improbabili finali trionfanti da film.
Indica lโatteggiamento con cui annunciare il regno e la logica che lo accompagna: nelle piccole cose, nellโumiltร (che non รจ la depressione dei credenti ma la consapevolezza feconda del limite), dellโinsignificanza dei gesti si cela la grandezza del regno.
E la chiamano estate.
Lasciamo fare a Dio. Lasciamoci fare. ร tempo.
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