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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo di domenica 14 Settembre 2025

Domenica 14 Settembre 2025 - ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE - Festa - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Gv 3,13-17

Data:

Un amore da esaltare

Avete ragione, scusate. 

Già solo la titolazione di questa festa che, quest’anno, sostituisce la domenica ci infastidisce.

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Come si fa ad esaltare la croce? Il dolore non è mai da esaltare, né, è bene ribadirlo, ha in sé una valore positivo.

Davanti al dolore dell’innocente, davanti alla sofferenza inattesa, davanti ai tanti volti di persone che hanno avuto la vita stravolta dalla tragedia di una malattia o di un lutto, le parole diventano fragili e l’annuncio del Vangelo si fa zoppicante.

L’unica vera obiezione all’esistenza di un Dio buono, così come Gesù è venuto a svelare, è il dolore dell’innocente.

Molti dei dolori che viviamo hanno la loro origine nell’uso sbagliato della nostra libertà o nella fragilità della condizione umana. Ma davanti a un bambino che muore, anche il più saldo dei credenti vacilla. Giustamente.

Al discepolo il dolore non è evitato, e non cercate nella Bibbia una risposta chiara al mistero del dolore (Ma davvero cerchiamo una risposta? Noi vogliamo non soffrire, non delle risposte!).

Non troviamo risposte al dolore, troviamo un Dio che prende su di sé il dolore del mondo.

E lo redime.

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La regina pellegrina

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Quella di oggi è una festa nata da un fatto storico: il ritrovamento da parte della regina Elena, madre dell’imperatore Costantino, primo imperatore convertitosi alla fede (così pare…), del luogo della crocifissione a Gerusalemme. 

Il figlio non so, ma certamente la regina Elena era una cristiana sincera, e desiderò compiere, per la prima volta, un pellegrinaggio sui luoghi di Gesù, dopo secoli di oblio ufficiale.

Il luogo della crocifissione e sepoltura del Maestro fu custodito con devozione dai discepoli durante tre secoli, malgrado Roma imperiale avesse fatto di tutto per farlo dimenticare, costruendovi sopra un tempio dedicato a Giove nella città di Aelia Capitolina, costruita sulle macerie di Gerusalemme e lì, dopo la demolizione del tempio, il ritrovamento del sepolcro, fu ritrovata in una cisterna la presunta croce di Gesù con il titulum crucis

Grandissimo scalpore suscitò quella scoperta e le comunità cristiane si ritrovarono in un ventennio dall’essere perseguitate al vedere portata la croce trionfalmente a Costantinopoli, proprio un 14 settembre.

Da allora e per noi, oggi, questa data ci offre l’occasione per una seria riflessione sulla croce. 

Dio non ama la sofferenza

La croce non è da esaltare, dicevamo, la sofferenza non è mai gradita a Dio, Dio non gradisce il sacrificio fine a se stesso.

Lo dico per scongiurare la tragica inclinazione all’autolesionismo tipica del cattolicesimo, inclinazione che crogiola il cristiano nel proprio dolore pensando che questo lo avvicini a Dio, inclinazione che produce molti danni. 

La nostra è una religione che rischia di fermarsi al venerdì santo, perché tutti abbiamo una sofferenza da condividere e ci piace l’idea che anche Dio abbia sofferto come noi. Ma la nostra fede non resta ferma al calvario, corre al sepolcro come hanno fatto Pietro e Giovanni. 

E lo trova vuoto.

La felicità cristiana è una tristezza superata, una croce abbandonata perché ormai inutile e questa croce, ormai vuota, viene esaltata. 

È la croce gloriosa e inutile che oggi esaltiamo. Non quella sanguinante cui ancora vengono appesi mille e mille cristi sanguinanti e morenti.

Una croce che ha portato Dio, che è diventata il trono da cui ha manifestato definitivamente la sua identità.

La croce non è il segno della sofferenza di Dio, ma la misura debordante del suo amore. 

La croce è epifania della serietà del suo bene per ciascuno di noi. 

Fino a questo punto ha voluto amarci, perché altro è usare dolci e consolanti parole, altro appenderle a tre chiodi, sospese fra il cielo e la terra. 

Il paradosso dell’amore

La croce è il paradosso finale di Dio, la sua ammissione di sconfitta, la sua dichiarazione di arrendevolezza: poiché ci ama lo possiamo crocifiggere. 

Esaltare la croce significa esaltare l’amore, esaltare la croce significa spalancare il cuore all’adorazione e allo stupore. 

Innalzato sulla croce (Giovanni non usa mai la parola “crocifisso” ma “osteso” cioè mostrato) Gesù attira tutti a sé. 

Davanti a Dio nudo, sfigurato, così irriconoscibile da necessitare di una didascalia per riconoscerlo, possiamo scegliere: cadere nella disperazione o ai piedi della croce. 

Dio – ormai – è evidente, abissalmente lontano dalla caricatura che ne facciamo; egli è li, donato per sempre. 

E al discepolo è chiesto di portare la sua croce.

No, Dio non manda le croci, non ci mette alla prova facendoci soffrire. Nella mia vita ho scoperto che, spesso, la croce sono gli altri a procurarcela. O noi stessi con i nostri giri di testa e le nostre scelte sbagliate.

Solo che spesso, quella croce, la carteggiamo e la pialliamo ogni santo giorno. 

Evitiamo le sofferenze inutili, abbandoniamo i dolori che scaturiscono da un’errata visione del mondo!

Portare la propria croce significa portare l’amore nella vita, fino ad esserne crocifissi. 

La croce non è sinonimo di dolore ma di dono, dono adulto, virile, non melenso né affettato. 

Dio ci ha presi sul serio, rischiando di essere uno dei tanti giustiziati della storia. 

Questa festa, allora, è per noi l’occasione di posare lo sguardo sulla misura dell’amore di un Dio che muore per amore, senza eccessi, senza compatimenti, libero di donarsi, osteso. 

Questo, ora, è il volto di Dio. 

Lui, l’appeso, il per sempre donato, cui volgiamo lo sguardo.

Cristi

Allora ti rispondo, amico che scrivi urlando a Dio il tuo dolore: alla fine della tua rabbiosa preghiera non troverai un muro di gomma, né un volto indurito ma – semplicemente – un Dio che muore con te. 

E potrai scegliere di bestemmiarlo e accusarlo ancora della nostra fatica oppure – che egli te lo conceda – restare stupito come quel ladro crocifisso che non sapeva capacitarsi di tanta follia d’amore. 

Tutto qui, è tutto qui… la croce è l’unità di misura dell’amore di Dio. 

Sì, amici, c’è di che celebrare, c’è di che esaltare, c’è di che esultare.

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Incontri con Paolo: 20-21/09: Il Vangelo di Luca; Rhemes-Notre-Dame (AO), info: paolocurtaz.it/in-cammino; 24/09 ore 20,30: Dio c’è ed è bellissimo, Oratorio di Marcheno (BS); 26/09 ore 20,45: La Chiesa che faremo. Leggendo gli Atti degli apostoli, Teatro via S.Francesco 4, Thiene (VI); 27/09 ore 17,30, Speriamo bene, Libreria san Paolo, Vicenza; 28/09 ore 15, Speriamo bene, Festival Francescano, Palazzo d’Accursio, Bologna; 01/10 ore 20,30: Speriamo bene!, Parrocchia Cognola, Trento; 02/10 ore 20,30: Oltre il confine, l’Eterno, Chiesa dei cappuccini, Gorizia, 03/10 ore : Udine. 8-12/10: La speranza non delude. Per un Giubileo della Parola; Villa san Giuseppe, Bologna, info: [email protected] o 0516142341; 10-14/11: Speriamo bene; Ritiro spirituale per sacerdoti e diaconi, Priorato di Saint Pierre (AO), info: paolocurtaz.it/in-cammino. 

Io ci sono e sono con voi. Ogni giorno alle 20 (Alle 21 la domenica) sui miei canali Facebook e Youtube non mancate la piccola lectio #FTC per far crescere la fede e la speranza.