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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 4 Luglio 2025

Vangelo di Matteo – Mt 9,9-13

Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Misericordia io voglio e non sacrifici.

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

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Parola del Signore.

Il Levi di Marco qui diventa Matteo.
La sua chiamata è asciutta e folgorante, immediata e bruciante. Matteo siede al banco delle imposte, riscuote le tasse per i pubblicani, appaltatori per conto dei romani, quindi mal visti e approfittatori.

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Per tre ragioni i pubblicani erano, a buon titolo, i più odiati in Israele:
perché collaborazionisti, perché ladri, facendo la cresta su quanto prelevavano per conto dei romani, e perché idolatri, maneggiando le monete che recavano impresse l’effige di Cesare, trasgredendo alla norma che vietava la rappresentazione degli esseri umani.

Ma l’odio, feroce, veniva trattenuto da tutti per timore di ritorsioni da parte dei legionari romani, che davano man forte al collaborazionista che si nascondeva all’ombra dell’aquila imperiale.

Gesù passa e non lo evita, si avvicina e lo chiama.
Matteo, che la tradizione identifica con il Levi del racconto, lascia tutto e lo segue.

Ma il cuore del racconto è appena dopo, quando troviamo Matteo che siede a tavola a casa di Gesù (!) insieme a molti altri pubblicani e peccatori. I farisei contestano questo atteggiamento giudicato assolutamente inopportuno, così come qualcuno si scaglia (si scagliava; ndr) contro Papa Francesco che osa (!) accogliere in Vaticano una trans.

Mangiare con un pubblicano significava assorbirne l’impurità, lo stigma, la condanna. Contagiarsi e rimanere tagliati fuori dalla comunità e dai riti.

Gesù tira diritto, non si fa intimorire e richiama il profeta Osea (Os 6,6) con un brano straordinario: si tratta di capire nella vita (“andate a vedere” era l’invito dei rabbini) il significato di quella Parola, peraltro condivisa da altri rabbini.

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Gesù pone la misericordia prima della giustizia, sottolinea, nella dinamica della conversione, la compassione di Dio che suscita, provoca la conversione.

I due detti sono molto efficaci: Dio non è premio dei giusti e lui, Gesù, è il medico per gli ammalati, non per i sani. I pubblicani sono ammalati e lo sanno. Lo sono anche i farisei, ma pensano di essere giusti, peggiorando la situazione.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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