Vangelo di Matteo – Mt 13,31-35
Il granello di senape diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami.
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
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Parola del Signore.
Il Regno dei cieli è una piccola cosa, dice Gesù. Piccola come un granello di senape. Piccola come un po’ di lievito. Piccola, certo, ma che porta in sé una potenza tale da far crescere un albero, da far lievitare una massa di farina che diventa pane.
Nelle piccole cose di tutti i giorni possiamo lasciar cadere il piccolo seme della Parola che fecondi ogni scelta, ogni decisione, ogni incontro, ogni relazione, ogni lavoro, ogni dialogo.
Questa affermazione di Gesù cambia radicalmente la nostra prospettiva, il nostro giudizio sulle cose da fare, sulla pastorale, sugli eventi. Diventa una potente chiave di lettura del tempo che viviamo, caratterizzato da un progressivo ed inesorabile abbandono della fede, di un dilagante disinteresse, di un declino di un modello di cristianesimo che per secoli ha contraddistinto la nostra stanca Europa.
Siamo diventati minoranza, siamo sempre più un piccolo gregge chiamato a rendere testimonianza al vero volto di Dio. A volte abbiamo l’impressione che il nostro sforzo sia inutile, perdente rispetto alla logica del mondo, così tragicamente aggressiva. Così come le nostre iniziative pastorali, che, spesso, non tengono conto di questa logica.
Sempre pronti a lamentarci del fatto che le chiese si svuotano, che le riunioni radunano poche persone, dovremmo forse guardare di più e meglio se siamo lievito e seme, senza scoraggiarci. Se tutto il mondo fosse lievito non avremmo più pane.
Non siamo chiamati a contare, a pesare, inutile correre dietro a nostalgie di gloria e di applausi. Quello che siamo chiamati a fare, e lo possiamo fare oggi, nel nostro piccolo, è proclamare le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo e che ci sono state rivelate: Dio c’è ed è bellissimo, e in Cristo ci ha amati fino alla salvezza e che siamo resi capaci di amare.
Animo, allora, lasciamo spazio in noi alla Parola, lasciamo che sia la nostra vita, per prima, ad essere impastata per poter lievitare e sfamare i tanti che cercano una luce.
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+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++
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