Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 27 Aprile 2026

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Vangelo del giorno di Gv 10,11-18

Il buon pastore dà la vita per le pecore.
Dal Vangelo secondo Giovanni.

In quel tempo, Gesù disse:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

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Parola del Signore.

Tutti abbiamo in mente la splendida immagine del pastore che lascia le novantanove pecore nell’ovile per andare a cercare la pecora che si è persa e, dopo averla trovata, se la carica sulle spalle e la conduce con le altre (Lc 15,4-8).

Bene, ora resettate quella immagine. Perché il pastore di Giovanni è fatto di un’altra pasta. Non è il buon pastore, è il pastore autentico. È un vero e proprio combattente che difende le pecore dall’assalto dei lupi e dall’ignavia dei mercenari.

Molto simile all’eroico adolescente Davide che non aveva paura di cacciare con la sua fionda il leone e l’orso che assalivano il gregge (1Sam 17,34-35).

Una sottolineatura che completa quella di Luca. Gesù è il misericordioso, il compassionevole, rivela il volto tenerissimo di Dio, certo. Ma è anche determinato, disposto a morire per le proprie pecore.

La fede è per i forti, non per i deboli. È colma di tenerezza, ma anche di pacifica convinzione e determinazione. Necessita di convinzione, di costanza, di fermezza.

Così si presenta il Signore: come un alleato, l’uomo forte che ci difende dalla disperazione, dal caos, dal vittimismo. E annuncia solennemente come far parte del suo gregge.

Per far parte del suo gregge occorre anzitutto ascoltare la sua voce con costanza, conoscere e farsi conoscere dal Signore, seguirlo.

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La liturgia pone al centro della nostra riflessione ancora l’accoglienza della Parola, quella Parola capace di scuotere i cuori dei rattristati discepoli di Emmaus, quella Parola che, accolta con l’intelligenza dello Spirito, aiuta a leggere gli eventi della Storia nella logica di Dio.

Parola che va accolta, conosciuta, pregata, vissuta. Perché quella Parola ci permette di leggere la nostra vita e gli eventi anche conflittuali e incomprensibili che stiamo vivendo, la violenza, il dominio del liberismo disumano, l’indifferenza, nella logica di Dio.

Ma questa lettura meditata va fatta con costanza, per imparare a riconoscere la voce del Signore e va accolta con autenticità, col desiderio profondo di adeguarsi a quanto dice.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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