Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 14 Marzo 2026

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Vangelo del giorno di Lc 18,9-14

Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza del fariseo.
Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

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Parola del Signore.

Luca è molto attento alla preghiera e nel suo Vangelo Gesù insegna a pregare o mette in guardia contro le deviazioni e le contraddizioni di chi prega.

In questo caso Gesù ci ammonisce dal demone della presunzione di essere giusti al cospetto di Dio. Siamo sinceri: magari non siamo degli stinchi di santo ma non siamo certo come gli assassini e i pervertiti che stanno demolendo il mondo!

Insomma magari non siamo meglio, ma certamente non peggio di molti altri! Considerazione fuorviante: nella parabola del fariseo e del pubblicano che salgono al tempio a pregare, Gesù propone una imbarazzante considerazione.

Quando il fariseo, ritto al cospetto di Dio, elenca le sue qualità, di fatto sta dicendo una cosa vera. Sul serio lui è un pretoriano della fede, un professionista del sacro; paga la decima sulle tisane, quando a tale obbligo, e solo sul raccolto, erano tenuti i contadini, fa digiuno tutte le settimane, quando la Legge prevedeva due giorni di digiuno all’anno.

Insomma, è più devoto di Dio, più realista del re. Quel che dice è vero, è un grande, ha una disciplina impressionante, rispetta tutte le regole e le regoline, un vero credente, diremmo oggi.

Ben diverso è l’atteggiamento del pubblicano, pubblico peccatore, collaborazionista con l’invasore romano, esattore delle tasse non proprio onesto, idolatra perché maneggia le monete dell’Impero. Se ne sta sul fondo del tempio, non sa che dire. Non ha niente di cui vantarsi, chiede solo pietà.

E Gesù chiosa: il primo uscì dal tempio intatto nella sua perfezione: la sua anima era talmente ricolma del suo ego spirituale che non c’era posto per Dio. Il secondo, invece, prendendo consapevolezza del suo limite, dell’abisso che abitava il suo cuore, poté essere riempito di consolazione e tenerezza.

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Quando siamo al cospetto di Dio non giochiamo a fare le belle mascherine, a presentarci con il vestito buono ma, semplicemente, siamo quel che siamo, nella fatica e nella fragilità. Allora, nella dolente consapevolezza del nostro limite, potremo davvero uscire col cuore colmo e consolato.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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