“Nun te preoccupà, guagliò. Ce sta ‘o mare fore”.
Chi di voi ha visto la famosa serie televisiva “Mare fuori” avrà riconosciuto questa frase della canzone che accompagna la serie: “Non preoccuparti ragazzo, c’è il mare fuori. Dietro le sbarre, sotto al cielo c’è il mare fuori”.
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“Mare fuori” racconta le vicende di adolescenti rinchiusi in un carcere minorile.
Nonostante la crudeltà di tante scene, è una serie che ritengo molto istruttiva per gli educatori e per i genitori, ma anche per gli adolescenti.
Ognuno di quei giovani carcerati porta con sé storie drammatiche, fatte di violenze, soprusi, maltrattamenti, che li hanno resi, almeno apparentemente, duri come pietre e, a loro volta, violenti e crudeli con tutti, tra di loro e con i loro responsabili.
In questo spazio di desolazione e di violenza, però, ci sono dei fari, dei punti fermi che indicano la strada: sono quei gesti di amicizia sincera e amore vero che dicono che non tutto è perduto… c’est ancora il mare fuori.
Certo, quando si parla di mare e cielo non ci si riferisce semplicemente alle realtà atmosferiche o naturali, ma a qualcosa di più grande alle quali rimandano, che viene da fuori.
Questo “mare fuori” per noi rappresenta la Speranza, che è una virtù teologale, e quindi per noi la Speranza è Dio.
E quindi non preoccupiamoci: quando tutto sembra perduto, c’est sempre Dio là fuori.
Ciò che commuove nella serie “Mare fuori” è la perseveranza degli educatori e dei responsabili del carcere minorile, che continuano a credere in quei ragazzi e non si arrendono mai, neanche dopo cocenti delusioni.
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Anche Gesù ci parla di fallimenti nell’educare e correggere i nostri fratelli, ma ci dice pure di non arrendersi mai in questa missione educativa: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”.
Gesù mette in conto il fallimento di questa missione educativa, per questo avverte: “Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni”.
Nonostante tutte le buone intenzioni nel cercare di andare incontro a chi ha sbagliato, si può fallire di nuovo, ma non bisogna arrendersi nel recuperare il nostro fratello.
Infatti Gesù insiste: “Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità”.
Ma anche se non ascoltasse la comunità, non ci si deve arrendere.
Quando Gesù dice: “Se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano”, possiamo leggere queste parole non come una resa o la rinuncia davanti a un caso perduto, come se non ci fosse più niente da fare, ma come un invito a ricominciare da capo: questo fratello che era già stato evangelizzato e divenuto cristiano dovrà essere nuovamente evangelizzato, come i pagani e i pubblicani.
Quindi la missione educativa non finisce mai. Bisogna ripartire ogni volta.
Quante volte noi invece ci arrendiamo rapidamente, dopo il primo tentativo fallito.
Oppure spiattelliamo davanti a tutti gli errori degli altri, con la scusa di dover dire la verità.
Ma la verità, quando è cristiana, non può mai essere separata dalla carità.
A cosa vale diffondere la verità del male fatto da qualcuno, se questo non aiuterà a rimarginare le ferite di nessuno ma le allargherà ancora di più?
Distruggere le persone diffondendo il male che hanno commesso è diffamazione, non permette loro di riparare gli errori fatti, ma li farà sprofondare ancora di più nel loro male.
L’amore è sempre più grande di tutto, solo l’amore salva, il perdono.
Per educare bisogna saper amare, perdonare ed essere perseveranti.
Per concludere.
Quando ero in Africa sono andato due volte a visitare, vicino alla bellissima Cape Town in Sudafrica, il Capo di Buona Speranza, dove si incontrano i due oceani Atlantico e Indiano (anche se in realtà il punto esatto sarebbe il vicino Capo “das Agulhas”).
Questo luogo fu inizialmente chiamato “Capo delle Tempeste”, a causa delle forti correnti e delle terribili tempeste che rendevano estremamente difficile la navigazione.
Il primo navigatore europeo a riuscire a doppiare quel capo fu Bartolomeu Dias, nel 1488.
Successivamente il re Giovanni II del Portogallo lo ribattezzò “Capo di Buona Speranza”, perché quell’impresa apriva finalmente la speranza di una nuova rotta marittima verso le Indie.
Se Bartolomeu Dias, visto l’insuccesso dei suoi predecessori, avesse rinunciato all’impresa, non avrebbe mai raggiunto il suo obiettivo.
Il buon educatore è colui che non rinuncia mai all’impresa di educare, anche dopo tanti tentativi falliti, e Gesù nel Vangelo di oggi ci insegna a non arrenderci mai.
Quando il “mare dentro” dei nostri figli, fratelli e nostro, pieno di tormenti e di tormente, si incontra con il “mare fuori” di Dio, si scateneranno sì delle burrasche, come nell’incontro tra i due oceani del Sudafrica, ma con la perseveranza sarà possibile trasformare il “Capo delle Tempeste” in un “Capo di Buona Speranza”, e proseguire così il cammino verso la meta.
E allora continuiamo imperterriti il nostro cammino e “Nun te preoccupà, guagliò. Ce sta ‘o mare fore”.
