Con la parabola delle dieci vergini che ci propone il vangelo di questa domenica, inizia un percorso che ci accompagnerà alla contemplazione, nell’ultima domenica dell’anno liturgico, del grande quadro del giudizio universale e ci preparerà in modo adeguato all’annuncio teologico e spirituale dell’Avvento, con l’invito a vigilare in attesa della venuta del Signore.
La dimensione escatologica della parabola emerge già dall’inizio, quando Matteo scrive: “Allora il Regno dei cieli sarà simile a …”. L’uso del futuro colloca il brano nell’orizzonte della venuta gloriosa del Messia alla fine dei tempi.
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Lo “sposo” rappresenta il Messia che viene: egli tarda, ma alla fine arriva e diventa il “Signore”, della storia. La Sua risposta è una sentenza definitiva, che non lascia spazio a replica: il giudizio è pronunciato ed è irrevocabile.
La parabola, quindi, pur riferendosi a un matrimonio, presenta in realtà vari elementi allegorici, attraverso i quali offre un insegnamento che invita ad attendere con intelligenza e saggezza la venuta del Signore.
Le dieci vergini che il Vangelo ci presenta, sono distinte in: cinque sapienti e cinque stolte. Loro rappresentano la chiesa “sposa” del Messia e tutte, senza eccezione, si addormentano mentre aspettano lo sposo.
Questo particolare è straordinario, perché distrugge immediatamente la retorica della perfezione. Gesù non contrappone i santi ai peccatori. Non divide il mondo tra puri e impuri. Il sonno appartiene a tutti. C’è una solidarietà del sonno. È come se il Vangelo volesse dirci che importa poco se siamo saggi o meno, perché la vita arriva fino al punto di sfiancarci comunque. Siamo umani ed essere santi non significa negare la nostra fragilità. Sagge o meno sagge, tutte si addormentano.
Fin dall’inizio del vangelo, le vergini vengono divise in stolte e sagge, potremmo dire in stupide e sapienti. Entrambe portano con sé le lampade, ma ciò che differenzia le sagge è il fatto che prendono anche l’olio, mettendo in conto la possibilità che l’attesa si prolunghi; le altre, invece, non lo fanno.
La lampada, nella Scrittura, è spesso simbolo della Parola che illumina il cammino. “Lampada ai miei passi è la tua parola” canta il Salmo 119. Ma una lampada senza olio diventa soltanto un oggetto religioso. Bellissima da esporre, inutile per camminare. Ed è proprio questa la tragedia del cristianesimo quando si trasforma in apparato. Rimangono i candelabri, i paramenti, le cattedrali, i codici, le liturgie, ma manca l’olio. Rimane la struttura, scompare la vita. L’olio non rappresenta semplicemente la fede. L’olio è ciò che nessuna istituzione può produrre. È l’interiorità che nasce dall’incontro con il Vivente.
Il vangelo contrappone la stoltezza-stupidità delle une alla saggezza-sapienza delle altre. La stupidità scrive Dietrich Bonhoeffer, è una carenza “che riguarda non l’intelletto, ma l’umanità di una persona”. La Bibbia ci dice che la liberazione interiore dell’uomo verso una vita responsabile davanti a Dio è l’unica vera vittoria sulla stupidità.
La nostra parabola ci mostra dunque che la sapienza comprende anche il senso di responsabilità e la capacità di vivere interiormente. Le vergini sapienti possiedono un’intelligenza concreta. Sono previdenti: riflettono sulle conseguenze del compito che è stato loro affidato e non si accontentano di fare il necessario, ma, confrontandosi con la realtà e prevedendo ciò che potrebbe accadere (perché la realtà include anche gli imprevisti), cercano di cautelarsi nel caso le cose non procedessero “come previsto”. La loro sapienza consiste nell’aderire alla realtà. Sono responsabili: prendono seriamente il proprio compito e si organizzano in modo da poterlo svolgere anche se dovessero presentarsi situazioni impreviste. Non sono superficiali; sanno di non poter governare né controllare il tempo e gli avvenimenti, comprendono che le cose possono andare diversamente da come si desidererebbe o da come “dovrebbero” andare, per questo si mostrano umili e discrete. Sanno accettare il fatto che forse lo sposo arriverà in ritardo, forse ci saranno delle difficoltà e quindi sarà necessario prepararsi a tempi di attesa più lunghi del consueto.
Il sapiente non si considera infallibile, non pensa che la realtà debba conformarsi ai suoi desideri, ma apprende dalla realtà la lezione dell’incertezza e dell’imprevedibile. Essere responsabili significa fare tutto il possibile per anticipare l’imprevedibile e prepararsi ad affrontarlo. Sapendo bene che anche in questo si rimane limitati e soggetti all’errore.
Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene».
Le cinque vergini sagge, non cedono alle suppliche delle cinque stolte. Se avessero ceduto, sarebbero diventate anch’esse stolte, perché l’olio sarebbe finito anche per loro. Questa forse, è la frase più scandalosa della parabola. Perché le sagge, sembrano egoiste, senza misericordia.
Gesù non sta insegnando l’individualismo. Sta dicendo qualcosa di infinitamente più rivoluzionario: la vita interiore non si presta. Nessuno può vivere della fede presa in prestito. Nessuno può respirare con i polmoni di un altro. Nessuno può amare con il cuore del proprio sacerdote, del proprio guru, del proprio movimento ecclesiale. L’olio non si eredita. Non si compra. Non si riceve per delega.
Matteo vuole suggerire che non si può domandare o esigere ciò che non è possibile offrire. Se nelle dieci vergini dobbiamo riconoscere l’immagine della Chiesa, allora il compito di ogni singolo membro e dell’intera comunità è mantenere vivo il desiderio di Lui, l’amore per Lui e la passione per il suo Regno. E tutto questo deve essere presente dentro di noi, non può essere trasmesso da altri.
Nella supplica delle cinque vergini stolte emerge la loro inconsapevolezza, che si trasforma in pretesa. Questo è l’atteggiamento di chi si presenta come vittima e sfrutta la propria mancanza per servirsi degli altri e colmare la propria insufficienza. Sempre Bonhoeffer, che aveva compreso molto bene questo, diceva: “Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza, ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a niente”.
Le vergini stolte non riescono a incontrare lo sposo e vengono meno al loro compito. Lo sposo arriva mentre loro si sono allontanate per procurarsi l’olio. Quando tornano, trovano ormai chiusa la porta della sala nuziale e la loro richiesta rimane senza esito; ricevono la dura risposta del Signore: “Non vi conosco!”.
Il problema non è un Dio che esclude. Il problema è un’esistenza che arriva troppo tardi all’incontro con se stessa. La porta non è una vendetta divina: è il simbolo delle occasioni perdute. Ogni liberazione rimandata costruisce una nuova prigione. Ogni scelta rinviata rafforza la paura. Il Regno non punisce. Il Regno accade. E quando accade, domanda una libertà che non può essere improvvisata all’ultimo momento.
Questa parabola risulta molto severa: ci invita ad uscire dalla mentalità mondana, per muoverci incontro al Signore Veniente. Mantenendo accese le lampade nell’oscurità della nostra notte, per vivere con Lui un rapporto autentico e vitale; custodendo la fede, l’amore e la speranza.
Ma soprattutto ravvivando e riaccendendo continuamente il desiderio del suo ritorno: il desiderio di incontrarlo.
Questa parabola risulta molto severa: ci invita ad uscire dalla mentalità mondana, per muoverci incontro al Signore Veniente. Mantenendo accese le lampade nell’oscurità della nostra notte, per vivere con Lui un rapporto autentico e vitale; custodendo la fede, l’amore e la speranza.
Ma soprattutto ravvivando e riaccendendo continuamente il desiderio del suo ritorno: il desiderio di incontrarlo.
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