p. Fernando Armellini – Commento al Vangelo del 28 Dicembre 2025

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Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 28 dicembre 2025.
Se sei interessato a tutti i sui commenti al Vangelo, puoi leggerli qui.

Santa Famiglia: Credere nei sogni di Dio

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“Come uno che insegue il vento, così chi si appoggia sui sogni… Oracoli e sogni sono cose vane” (Sir 34,2.5). Possono anche essere terrificanti i sogni degli uomini. Steso sul suo letto, Nabuccodònosor rimane turbato da immagini e visioni notturne e, per averne una interpretazione, deve ricorrere al profeta Daniele.

Sono diversi i sogni di Dio e Matteo, unico fra gli evangelisti, li introduce nei racconti dell’infanzia di Gesù: in sogno Giuseppe riceve l’annuncio dell’angelo (Mt 1,20), in sogno i magi vengono avvisati di non tornare da Erode (Mt 2,12), in sogno Giuseppe è avvertito per altre tre volte (Mt 2,13.19.22).

Questi sogni sono costituiti soltanto da parole, parole del Signore, che chiedono di essere accolte. Sono un artificio letterario, un modo per presentare la rivelazione della volontà di Dio ai due sposi e per indicare la loro completa disponibilità ad eseguirla, prontamente, senza opporre resistenza.

I problemi che la sacra famiglia ha dovuto affrontare non sono stati né pochi né semplici.

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A differenza di ciò che accade nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità, dove i momenti di crisi, le difficoltà e le sventure costituiscono a volte motivo di allontanamento e di disgregazione, nella famiglia di Maria e Giuseppe gli ostacoli sono divenuti uno stimolo al dialogo, all’unione nel servizio al più debole e bisognoso di aiuto, a mantenere la mente e il cuore rivolti a Dio. I due sposi si sono sempre mossi insieme, sono rimasti in sintonia, si sono trovati d’accordo nelle scelte.

Il segreto della loro unione: hanno rinunciato ai loro sogni e hanno fatto proprio il sogno di Dio.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Nell’ascolto della tua parola, Signore, noi scopriamo i tuoi sogni sulla nostra famiglia”.

Vangelo (Mt 2,13-15.19-23)

13 Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”.
14 Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, 15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”.
19 Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20 e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e và nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino”. 21 Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. 22 Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea 23 e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: “Sarà chiamato Nazareno”.

Un insegnante di religione sta narrando, in una classe delle elementari, la fuga della sacra famiglia in Egitto. Attento e coinvolto nel racconto, il più vivace degli alunni si lascia sfuggire una domanda innocente: “Prof, perché l’angelo non ha avvisato anche i genitori degli altri bambini di Betlemme?”.

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Si espone a queste obiezioni chi dimentica che i primi due capitoli del vangelo di Matteo sono pagine di teologia, non cronaca e, meno ancora, favole.

In sintonia con la cultura e il modo di esprimersi del suo popolo, Matteo presenta Cristo, la sua identità, la sua missione e il suo destino, non mediante ragionamenti astratti, disquisizioni, formule dogmatiche (come faranno in seguito i teologi), ma con racconti. Nel brano di oggi ne viene proposto uno, costituito da due quadretti: la fuga in Egitto (vv. 13-15) e il ritorno nella terra d’Israele (vv. 19-23). Ciascuna di queste due parti è conclusa da una citazione biblica.

Sembra una storia semplice, commovente e facilmente integrabile con i particolari aneddotici e pieni di grazia che abbondano nei vangeli apocrifi: leoni e draghi che si prostrano in adorazione davanti alla sacra famiglia; buoi, asini e bestie da soma che trasportano le poche suppellettili; le palme che si piegano per permettere a Maria di coglierne i frutti; le piante di balsamo profumato e medicamentoso che spuntano dove è stata lavata la veste del santo Bambino, le statue degli idoli egiziani che cadono a terra infrante al suo arrivo…

Il pericolo è proprio questo: pensare di avere a che fare con un racconto che sconfina nella favola a lieto fine, mentre ci si trova di fronte a un brano di teologia redatto in forma di racconto.

Per coglierne il messaggio partiamo dalla citazione del profeta Osea, che conclude la prima parte: “Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio” (v. 15).

Nella Bibbia il “figlio primogenito di Dio” era Israele (Es 4,22), il popolo che Dio era andato a prendersi in Egitto. Applicando a Gesù questa espressione, Matteo invita i suoi lettori a identificarlo con questo “figlio”. Vuole far loro comprendere che egli sta per rivivere la storia del suo popolo. In lui sta per ripetersi la vicenda di Israele: come avevano fatto i figli di Giacobbe, egli scende in Egitto e da lì risale, quando il Signore lo richiama nella terra promessa.

Così Matteo ci consegna una prima chiave di lettura di tutto il suo vangelo: Gesù si è immerso nella nostra condizione di schiavitù per compiere con noi l’esodo verso la libertà. Il dramma di Israele, oppresso dal faraone, è il nostro dramma e Gesù è venuto a viverlo insieme con noi.

Una seconda chiave di lettura deriva dall’evidente parallelismo che Matteo stabilisce fra Gesù e Mosè.

Prima di morire, questo grande liberatore aveva assicurato il suo popolo: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta come me; a lui darete ascolto” (Dt 18,15). Nacque così l’attesa del nuovo Mosè e quando, lungo il Giordano, apparve il Battista, molti pensarono che fosse lui il profeta annunciato (Gv 1,21).

Non lo era. È Gesù l’atteso liberatore e Matteo espone questa verità, servendosi di un genere letterario impiegato spesso dai rabbini del suo tempo: l’haggadah midrashica. Due parole difficili, ma che significano semplicemente: racconto ricalcato su un testo dell’AT, nel nostro caso sulla vita di Mosè. Ecco i particolari comuni fra le storie dei due personaggi:

– Per indebolire il popolo di Israele, il faraone impartì l’ordine di gettare nel fiume tutti i figli degli Ebrei (Es 1,15-22) ed Erode fece uccidere tutti i bambini di Betlemme.

– Mosè fu l’unico che scampò al massacro (Es 2,1-10) e anche Gesù fu l’unico che si salvò.

– Più tardi Mosè fuggì all’estero per non venire ucciso (Es 2,15) e Gesù fece altrettanto.

– Infine, quando morì il faraone, Dio disse a Mosè: “Va’, torna in Egitto, perché sono morti quanti insidiavano la tua vita. Mosè allora prese la moglie e i figli, li aiutò a salire sull’asino e tornò in Egitto” (Es 4,19-20). Sono le stesse parole che vengono riprese, alla lettera, da Matteo e che si trovano nel vangelo di oggi (v. 20). Per sottolineare maggiormente il parallelismo, l’evangelista rinuncia persino a correggere l’uso improprio del plurale: era uno solo – Erode – che voleva la morte di Gesù, ma Matteo mantiene l’espressione usata a proposito di Mosè: “Sono morti coloro…”.

– È curioso anche il fatto che la tradizione popolare e i pittori abbiano introdotto nella storia della fuga in Egitto l’asinello, di cui il vangelo non parla, ma che è ricordato nel racconto di Mosè. Mostrano così di aver colto prima di noi il parallelismo fra i due personaggi.

Il messaggio che Matteo vuole dare, a questo punto risulta chiaro: sta per iniziare un nuovo esodo.

Anche dopo essersi installato nella terra promessa, Israele non era libero. La terra promessa non era un luogo materiale, ma il regno di Dio: è lì che gli uomini devono essere condotti per divenire realmente liberi.

Servendosi di una haggadah midrashica, Matteo indica fin dall’inizio del suo vangelo la guida, il liberatore: è Gesù che entra in scena come un bambino fragile e indifeso. Le forze del male sembrano in grado di poterlo facilmente sopraffare, invece alla fine sarà lui il vincitore, come è accaduto con Mosè. A fianco di questi due liberatori si è schierato Dio.

Nel sito Settimana News sono presenti anche i commenti alla prima e seconda lettura.

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