p. Fernando Armellini – Commento al Vangelo del 22 febbraio 2026

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Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 22 febbraio 2026.
Se sei interessato a tutti i sui commenti al Vangelo, puoi leggerli qui.

La tentazione di una felicità illusoria

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Nel linguaggio corrente, essere tentati significa sentirsi attratti dal proibito; per questo desta meraviglia il fatto che i grandi personaggi della Bibbia, i patriarchi, Giobbe siano stati tentati. Si prova un certo imbarazzo di fronte ai racconti delle tentazioni di Gesù e si rimane sconcertati dalle affermazioni dell’autore della Lettera agli ebrei che, parlando di Cristo, dichiara: “Poiché ha sofferto egli stesso, essendo tentato, può soccorrere quelli che sono tentati” (Eb 2,18). “Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia simpatizzare con noi nelle nostre infermità, essendo stato egli stesso tentato in tutto come noi, senza però peccare” (Eb 4,15).

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La Bibbia invita a considerare la tentazione in una prospettiva originale: come un momento di verifica della solidità delle scelte dell’uomo, come un’occasione di crescita. Nella tentazione è insito anche il rischio di commettere errori, ma questo pericolo è inevitabile se si vuole maturare, divenire “esperti, “periti”. Questi termini infatti altro non significano che “tentati”, “sottoposti a una prova, a un esame”.

La scelta è fra accogliere o rifiutare il progetto del Padre.

Due uomini sono messi a confronto: uno – Adamo – decide di seguire i propri giudizi ingannevoli; l’altro – Cristo – fa costante riferimento alla parola di Dio. Il primo stende la mano verso un frutto di morte, il secondo diviene l’autore della vita.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”

Vangelo (Mt 4,1-11)

1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. 2 E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. 3 Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: “Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane”. 4 Ma egli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
5 Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio 6 e gli disse: “Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: ‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede”.
7 Gesù gli rispose: “Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo”.
8 Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: 9 “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. 10 Ma Gesù gli rispose: “Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”.
11 Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.

Durante un corso biblico tenuto in Africa, un catechista mi chiese: “Quando Gesù fu condotto sul pinnacolo del tempio per essere tentato, chi camminava davanti, lui o il diavolo?”. A questa domanda potrebbero seguirne altre: dove si trova il monte altissimo dalla cui cima si possono contemplare tutti i regni del mondo? Come ha fatto Gesù a resistere tanto tempo senza mangiare? Che sembianze ha assunto il diavolo? Chi ha raccontato a Matteo come si sono svolti i fatti? Come si può considerare Gesù un fratello “in tutto simile a noi” (Eb 2,17), anche nelle tentazioni, se poi viene sottoposto a prove così diverse dalle nostre?

L’elenco delle difficoltà potrebbe continuare, ma bastano queste per far comprendere che non siamo di fronte a un brano di cronaca, ma a un testo di teologia.

Marco, il primo evangelista, si limita ad ricordare che “lo Spirito sospinse Gesù nel deserto dove rimase quaranta giorni, tentato da satana” (Mc 1,12-13). Servendosi del linguaggio e delle immagini bibliche, egli intendeva dire che tutta l’esistenza di Gesù, rappresentata dal numero quaranta, era stata un drammatico confronto fra lui e il tentatore.

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Negli anni seguenti, la riflessione delle comunità cristiane era continuata. I discepoli ricordavano soprattutto la più drammatica delle sue tentazioni, quella sulla croce, quando aveva gridato al Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Queste parole potevano suonare blasfeme a chi non capiva che, in quel momento, Gesù stava pregando: recitava il Salmo 22. Come aveva fatto durante tutta la sua vita, anche durante l’agonia egli si richiamava alle Scritture.

Come sintetizzare in una pagina di catechesi questa esperienza di tentazione, durata una vita e conclusasi, in crescendo, sulla croce?

Le comunità cristiane, che ben conoscevano l’AT, notarono presto il parallelismo fra Israele – il figlio che Dio aveva chiamato dall’Egitto e che nel deserto aveva risposto con infedeltà alle tenerezze del Padre (Os 11,1-4) – e Gesù, il figlio prediletto che, invece, era sempre stato obbediente. Servendosi di un genere letterario usato spesso dai rabbini – l’haggadah midrashica – esposero le loro riflessioni in tre quadretti che, guidato dallo Spirito, Matteo riprese e conservò nel suo vangelo.

Le risposte di Gesù al tentatore fanno riferimento a tre eventi dell’Esodo: le mormorazioni del popolo per la mancanza di cibo e il dono della manna (Es 16), le proteste per la mancanza d’acqua (Es 17), l’idolatria rappresentata dal vitello d’oro (Es 32). Gesù rivive dunque tutta la storia del suo popolo: viene sottoposto alle stesse tentazioni e le supera.

Esaminiamo ciascuna di queste tre “parabole” che rappresentano, in modo schematico, i modi errati di rapportarsi con tre realtà: con le cose, con Dio, con le persone.

La prima: “Di’ che questi sassi diventino pane” (vv. l-4).

Senza pane non si vive. “Mangiare” è uno dei verbi più usati nella Bibbia: ricorre novecentodieci volte nell’AT e questo dimostra quanto sia importante per Dio che ogni uomo abbia di che cibarsi.

Nel deserto il Signore disse a Mosè: “Ecco io sto per far piovere il pane dal cielo per voi. Il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione per un giorno, perché io lo metta alla prova”. Mosè disse agli israeliti: “Raccoglietene quanto ciascuno ne può mangiare e nessuno ne faccia avanzare fino al mattino”. Ma essi non obbedirono e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì (Es 16,4.19-20).

 È un caso tipico di tentazione pedagogica: Dio ha collocato Israele di fronte alla manna per educarlo all’uso dei beni terreni e alla fiducia nella sua provvidenza. Insegnando al suo popolo a controllare l’avidità, voleva liberarlo dalla frenesia del possesso e dalla brama di accumulare cibo. Non ci riuscì: la seduzione dei beni di questo mondo è quasi irrefrenabile, è difficile accontentarsi del “pane quotidiano”, per permettere a tutti di avere il necessario per vivere.

Tentato di servirsi delle proprie capacità per produrre “pane” per se stesso, Gesù reagì richiamandosi alla Scrittura: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3).

Solo chi considera la propria vita alla luce della parola di Dio, solo chi, come Geremia, la “divora con avidità” e fa di essa “la gioia e la letizia del suo cuore” (Ger 15,16) è capace di dare il giusto valore alle realtà di questo mondo. Non vanno disprezzate, distrutte, rifiutate, ma nemmeno considerate idoli. Sono creature, caduche e transitorie, non realtà assolute.

In questa prima scena viene identificato e denunciato il modo sbagliato con cui l’uomo si rapporta con le realtà materiali. L’impiego egoistico delle ricchezze, accumulare per sé, vivere del lavoro degli altri, sperperare nel lusso e nel superfluo, mentre ad altri manca il necessario sono comportamenti dettati dal maligno.

Per i cristiani la Quaresima è tempo di revisione di vita e di conversione. La fede nel Risorto non può ridursi a una sollecitazione all’elemosina, a lasciare cadere qualche briciola più consistente dalle nostre tavole imbandite. È piuttosto una provocazione a rivedere radicalmente il modo di gestire i beni di questo mondo. Possiamo chiederci, ad esempio, se abbiamo chiara in mente la linea di demarcazione fra il previdente e l’avido; se sono compatibili con la scelta evangelica e con la prospettiva cristiana certe spese, certi viaggi di piacere, certi conti in banca, certi investimenti, certe somme favolose lasciate in eredità ai figli. È in questo mondo che dobbiamo vivere, è “disonesta” la ricchezza che abbiamo tra le mani (Lc 16,9), ma questa va gestita tenendo presente le raccomandazioni del Maestro: “Non affannatevi per quello che mangerete o berrete… Perché vi affannate per il vestito?… Di queste cose si preoccupano i pagani… Non affannatevi dunque per il domani” (Mt 7,25-34).

La seconda tentazione: “Gettati giù dal pinnacolo del tempio” (vv. 5-7). La proposta diabolica è basata addirittura sulla Bibbia: “Sta scritto…” – dice il tentatore.

La più subdola delle astuzie del male è quella di presentarsi con un volto accattivante, di assumere un’aria devota, di servirsi della stessa parola di Dio – magari storpiata o interpretata in modo insensato – per condurre fuori strada.

L’obiettivo massimo del maligno non è quello di provocare qualche cedimento morale, qualche fragilità, qualche debolezza, ma minare alla base il rapporto con Dio. Questo obiettivo viene raggiunto quando, nella mente dell’uomo, si insinua il dubbio che il Signore non mantenga le sue promesse, che manchi di parola, che assicuri la sua protezione, ma, nei momenti cruciali, abbandoni chi gli ha dato fiducia.

Da questo dubbio nasce il bisogno di “esigere delle prove”. Nel deserto il popolo d’Israele, stremato dalla sete, ha ceduto a questa tentazione e ha esclamato: “Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?” (Es 17,7). Ha provocato il suo Dio dicendo: se sta dalla nostra parte, se realmente ci accompagna con il suo amore, si manifesti concedendoci un segno, compia un miracolo! Lo ha sfidato per vedere se realmente lo amava.

A ogni uomo capita di aver a che fare con simili dubbi, ogni uomo deve affrontare questa tentazione. Non ne fu risparmiato neppure il profeta Geremia che un giorno ebbe la sensazione di essere stato tradito dal Signore; al colmo dell’angoscia, gli gridò: “Tu sei divenuto per me un torrente infido, dalle acque incostanti” (Ger 15,18).

Anche Gesù fu sottoposto a questa prova, ma non cedette. A differenza di Israele, anche nei momenti più drammatici della sua vita, egli si rifiutò di chiedere al Padre una prova del suo amore, non dubitò mai della sua fedeltà, nemmeno sulla croce quando, di fronte all’assurdità di quanto gli stava accadendo, poteva essere indotto a pensare che anche il Signore lo avesse abbandonato.

Noi cediamo a questa tentazione ogni volta che esigiamo da Dio dei segni del suo amore, ogni volta che gli chiediamo di essere liberati, mediante grazie e miracoli, dalle difficoltà, dalle contrarietà, dalle sciagure che colpiscono gli altri uomini.

In ogni situazione, felice o dolorosa, dobbiamo sì pregarlo, non perché conceda privilegi o modifichi i suoi piani e li adegui ai nostri, ma perché ci dia luce e forza per uscire più maturi da ogni prova.

Non dobbiamo attenderci che Dio tratti noi in modo diverso dal suo amato Figlio unigenito.

La terza tentazione: “Ti darò tutto se, prostrandoti, mi adorerai” (vv. 8-11). È la tentazione del potere, del dominio sugli altri.

La scelta è fra dominare e servire, fra competere e divenire solidali, fra sopraffare e considerarsi servi. Questa scelta si manifesta in ogni atteggiamento e in ogni condizione di vita: chi si è fatto una erudizione o ha raggiunto una posizione di prestigio può aiutare a crescere chi ha avuto meno fortuna di lui, ma può anche servirsene per umiliare chi è meno dotato. Chi detiene il potere, chi è ricco, può servire i più poveri e i meno favoriti, ma può farla da padrone nei loro confronti.

La bramosia del potere è così irrefrenabile che anche chi è povero è tentato di sopraffare chi è più debole di lui.

L’autorità è un carisma, è un dono di Dio alla comunità, affinché ognuno possa essere collocato al suo posto e sentirsi realizzato. Il potere invece è diabolico, anche se viene esercitato in nome di Dio.

Ovunque si eserciti il dominio sull’uomo, ovunque si lotti per prevalere sugli altri, ovunque qualcuno sia costretto a inginocchiarsi o a inchinarsi di fronte a un suo simile, lì è all’opera la logica del maligno.

A Gesù non mancavano le doti per emergere, per scalare tutti i gradini del potere religioso e politico: era intelligente, lucido, coraggioso, incantava le folle. Avrebbe certamente avuto successo… ma a una condizione, che “adorasse satana”, cioè, che si adeguasse ai princìpi di questo mondo: entrare in competizione, ricorrere all’uso della forza e della sopraffazione, allearsi con i potenti e impiegare i loro metodi. Ha fatto la scelta opposta: si è fatto servo.

Il popolo d’Israele nel deserto si è stancato del suo Dio e ha adorato un vitello d’oro: l’idolo materiale, opera delle mani dell’uomo. Gesù non si è mai inchinato davanti a nessun idolo: non si è lasciato sedurre dal potere politico, dal denaro, dall’uso delle armi, dall’amicizia con i grandi di questo mondo, dalle proposte di successo e di gloria. Ha ascoltato sempre e solo la parola del Padre.

La voce che eccita in noi la sete del potere, che invita a promuovere il culto della personalità è insistente e subdola.

Quest’ultima parte del brano evangelico è un invito a rivedere la nostra vita e a renderci conto che i privilegi, i titoli onorifici, i baciamano non sono offerti da Dio, ma dal tentatore. Ai suoi figli, il Padre di Gesù presenta solo… servizi da rendere umilmente ai fratelli.

Nel sito Settimana News sono presenti anche i commenti alla prima e seconda lettura.

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