Questa parabola è provocatoria proprio perché mette in crisi la nostra idea di giustizia. Il punto non è quanto abbiamo lavorato, ma che immagine abbiamo di Dio.
La vera domanda del Vangelo è: siamo capaci di gioire perché Dio è buono anche con gli altri? Se la risposta è no, forse abbiamo trasformato Dio in un ragioniere che distribuisce premi in proporzione ai nostri meriti.
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La giustizia di Dio non è la nostra giustizia. La sua giustizia è misericordia. Dio non ama qualcuno di più perché è arrivato prima, perché ha fatto di più, perché è stato più fedele. Il suo amore non si divide: si dona totalmente a tutti.
E qui emerge il nostro peccato più sottile: l’invidia della bontà di Dio.
«Sei invidioso perché io sono buono?»
Quante volte ci infastidisce che Dio perdoni chi, secondo noi, non lo merita? Che accolga chi è arrivato tardi? Che dia una nuova possibilità a chi ha sbagliato? Che ami qualcuno che noi abbiamo già condannato?
Forse diciamo di credere nella misericordia, ma soltanto finché riguarda noi.
Quando non abbiamo capito chi è Dio, sbagliamo tutto nella vita.
Giudichiamo, confrontiamo, competiamo, accumuliamo meriti, pretendiamo riconoscimenti. E soprattutto facciamo fatica ad accettare che davanti a Dio nessuno è escluso.
La salvezza è per tutti. Nessuno escluso.
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Anche l’ultimo. Anche chi arriva alle cinque. Anche chi ha sbagliato strada. Anche chi si è perso. Anche chi torna quando noi pensavamo fosse ormai troppo tardi.
E allora la provocazione di oggi è questa:
Se Dio facesse misericordia a una persona che tu ritieni indegna, riusciresti a ringraziarlo?
Perché forse il problema non è che Dio ama troppo gli altri.
È che noi non abbiamo ancora imparato ad amare con il suo cuore.
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
