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p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di sabato 24 ottobre 2026

Il tempo verticale dell’attesa.

Un vangelo di cronache sanguinose, disgrazie e stragi, contemporaneo all’uomo di sempre. La risposta di Gesù è netta: non è Dio che fa cadere torri o palazzi, non è la mano di Dio ad architettare tragedie o guerre.

E tuttavia nei giorni del dolore la prima domanda che brucia è un’altra: perché, Dio? Dov’eri quel giorno? Quando la mia bambina è stata investita da quell’ubriaco, dov’eri?

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Dio era lì, e moriva nella tua bambina; era lì anche in quel giorno dell’eccidio dei Galilei nel tempio; era là come il primo a subire violenza, il primo dei trafitti.

E non c’è altra risposta al pianto del mondo che il primo vagito dell’alleluia pasquale.

Se non vi convertirete, perirete tutti. Non è una minaccia all’umanità, non c’è nessuna scure calata alle radici dell’albero. È un lamento, una supplica. É Dio che ci implora: convertitevi, invertite la direzione di marcia, ovunque voi siate.

Nelle seguenti realtà:

  • Nella politica del potere
  • Nell’economia che uccide
  • Nell’ecologia derisa
  • Nella finanza padrona del mondo
  • Nell’investire in nuove armi

Non è l’uomo che si rivolge a Dio, qui è Dio che si rivolge all’uomo e ci prega, ci implora: tornate umani!

Bellissima la poesia di J. Donne che ci ricorda: Non domandarti per chi suona la campana. Essa suona sempre un poco anche per te.

Conversione è un termine austero, ma sulla bocca di Gesù ha un altro suono; vuol dire essere freschi, essere rinnovabili; essere nuovi e incamminati.

Vieni di qua, il cielo è più azzurro, l’aria è più limpida. La vite, l’ulivo, il fico sono pieni di frutti. Di qua è più bello!

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E il vangelo ci porta via dai campi della morte, per farci camminare nei campi della luce.

Sono tre anni che vengo a cercare e in questo fico non ho trovato un solo frutto. Mi sono stancato, taglialo! No, padrone! Il contadino sapiente che è Gesù, dice: “no, padrone; no alla misura breve del demolire, sì alla misura lunga della pazienza e della cura.

Sì al tempo verticale che sa aspettare. Proviamo ancora, un altro anno e poi vedremo”.

Lui ha fiducia in me: l’albero dell’umanità è sano e ha radici buone, tu non sei sterile e forse porterai frutto. Il mio Dio ortolano lascia la scure e si appoggia, si aggrappa a un forse, a una parolina che ci fa sbirciare nel cuore di Dio.

Un forse che profuma di speranza come fai a negarlo? Il finale della piccola parabola resta aperto, non è detto cosa sarà del frutto futuro.

Ma è detto l’atto di fede di Dio in me: tu puoi diffondere un gusto di bontà, la dolcezza di un piccolo fico. Tu puoi!

Signore, tu vedi in me il santo prima del peccatore, la luce prima del buio. E io spero in te perché tu speri in me, credo in te perché tu credi in me.

Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.

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