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p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di sabato 13 giugno 2026

UN FIGLIO NON È SEMPRE COMPRENSIBILE, MA È SEMPRE ABBRACCIABILE

Lc 2,41-51

È in casa che si impara
l’arte d’amare,
di essere felici.

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La Bibbia è popolata
da famiglie,
da generazioni,
da storie di amore
e di crisi familiari,

fin dalla prima pagina,
dove entra in scena
la famiglia
di Adamo ed Eva,
con il suo carico
di violenza,
ma anche
con la forza della vita
che continua
(Amoris laetitia,1).

La Bibbia è una biblioteca
sull’arte e sulla fatica
di amare,
è il racconto dell’amore,
vivo e potente,
incarnato e quotidiano,
visibile o segreto.

Lo è anche nel Vangelo
di oggi: storia
di una crisi familiare,
di un adolescente difficile,
di due genitori che
non riescono a capire
che cosa ha in testa.

«Figlio, perché ci hai fatto stare in angoscia»:

è il racconto di una famiglia
che alterna giorni sereni,
tranquilli e altri drammatici,
come accade
in tutte le famiglie,
specie con i figli adolescenti.

Ma che sa fare
buon uso delle crisi,
attraverso un dialogo
senza risentimenti
e senza accuse.

«Figlio perché?»:

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l’interesse di Maria
non è rivolto al rimprovero,
non accusa,
non giudica,
non si deprime
perché il figlio
l’ha fatta soffrire,
ma cerca di capire,
di comprendere,
di accogliere
una diversità difficile.

Non sapevate che
devo occuparmi
delle cose del Padre mio?

I nostri figli non sono nostri,
appartengono al Signore,
al mondo,
alla loro vocazione,
ai loro sogni.

Un figlio non può,
non deve strutturare
la sua vita in funzione
dei genitori.

È come fermare
la ruota della creazione.

Ma essi non compresero
e tuttavia nessun dramma
o ricatto emotivo,
nessuna chiusura
del dialogo.

Un figlio non è
sempre comprensibile,
ma è sempre abbracciabile.

Scesero insieme
a Nazareth.
Si riparte, anche se
non tutto è chiaro;
si persevera
dentro l’eco di una crisi,
meditando e custodendo
nel cuore gesti,
parole e domande,
finché un giorno
non si dipani il filo d’oro
che tutto illuminerà
e legherà insieme.

Gesù partì con loro,
tornò a casa e
stava loro sottomesso
.

C’è incomprensione,
c’è un dolore che pesa
sul cuore,
eppure Gesù torna
con chi non lo capisce.

E cresce dentro
quella famiglia santa,
ma non perfetta,
santa e limitata.

Sono santi, sono profeti,
eppure non si capiscono
tra loro.

E noi ci meravigliamo
di non capirci,
qualche volta,
nelle nostre case?
Tutte diversamente imperfette,
ma tutte capaci di far crescere.

Gesù lascia
i maestri della Legge,
va con Giuseppe e Maria,
maestri di vita:

al tempio Dio preferisce
la casa, luogo del primo
e più importante magistero,
dove i figli imparano
l’arte di essere felici:
l’arte di amare.

Lì Dio si incarna,
mi sfiora, mi tocca.

Lo fa nel volto, nei gesti,
nello sguardo di ognuno
che mi vuole bene
e quando so dire loro:

«Non avere paura,
io ci sono e
mi prenderò cura
della tua felicità».

E Lui regala gioia
a chi produce amore.

Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.

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