L’ACCOGLIENZA FA DELLA NOSTRA ESISTENZA UNA LITURGIA
Chi accoglie colui
che io manderò,
accoglie me.
chi accoglie me accoglie
colui che mi ha mandato.
Il verbo d’oro è “accogliere”.
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L’accoglienza fa nascere angeli sulla terra.
Scrive la Lettera agli Ebrei:
quanti accogliendo
uno sconosciuto
hanno accolto angeli.
Penso al fondamento del mondo:
la mamma che accoglie
nel suo grembo
una vita nuova.
Penso al fondamento
di ogni alleanza umana,
il matrimonio,
quando l’amato dice all’amata,
guardandola negli occhi,
tenendola per mano:
“io accolgo te!”
E non più “io prendo te”,
ma “io ti accolgo
come si accoglie un dono,
come si accoglie un regalo”,
e proclama:
“tu sei la cosa più bella
che mi sia capitata,
tu sei una benedizione
di Dio giunta in dono,
a fare luce su questo cuore,
a fare salda questa vita.
Io ti accolgo perché
tu sei per me
Grazia di Dio”.
Grande verbo che fa
della nostra esistenza
una liturgia.
Dio non si merita,
si accoglie.
Chi accoglie voi
accoglie me.
Il volto di Dio inizia
dal volto dell’altro.
Se hai un cuore che accoglie,
anche il niente
è sufficiente,
un bicchiere d’acqua,
due spiccioli.
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Perché tutto ciò che fai
con tutto il cuore
ti avvicina
all’assoluto di Dio.
Perché l’uomo guarda
le apparenze, ma
Dio guarda il cuore.
E un uomo vale
quanto vale il suo cuore.
Vale a dire che non conta essere docente universitario o casalinga, vedova o profeta,
prete o laico,
non conta ciò che fai,
conta come lo fai.
Puoi offrire banchetti
come Zaccheo o
profumare i piedi di Gesù
come una peccatrice.
É l’energia, la passione,
la convinzione che metti
in ciò che fai che mette
grazia d’infinito
nei tuoi gesti.
Un cuore che accoglie,
altrimenti sei come
una casa bella dentro,
ma con porte e finestre sprangate:
passano poveri e profeti,
e non li vedi;
passano angeli e bambini, passano stagioni e invenzioni
e non vedi niente.
Passa la vita, ti sfiora
e se ne va.
Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.
