p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di giovedì 23 Ottobre 2025

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DOV’É IL MIO FUOCO?

Pensate che io sia venuto a portare la pace? No,
vi dico, ma la divisione.

Gesù manifesta la sua angoscia pronunciando parole forti, rivelandoci
che Dio non è neutrale:

vittime o carnefici
non sono la stessa cosa,
e lui si schiera.

Sono testi duri e pensosi,
scritti sotto il fuoco
della prima violenta persecuzione
contro i cristiani.

Un colpo terribile
per le prime comunità
di Palestina, dove tutti erano ebrei e le famiglie cominciavano a spaccarsi attorno allo scandalo
e alla follia della croce
di Cristo, che planava
sulle vite come fuoco
e come spada.

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Sono venuto a gettare fuoco sulla terra.

La fede in Gesù, seguire
la sua visione del mondo
non mette a posto
le coscienze, piuttosto
rompe le false paci,
oggi come allora, e in me
ha a che fare col fuoco,
con la passione.

Si presenta come una eudaimonia,
la chiamavano i greci,
un daimon buono in me,
uno spirito, un angelo che
porta un di più di bellezza.

Parole che provocano tutti,
me per primo:

dov’è il mio fuoco?
Vivo acceso o coltivo
un pugnetto di cenere?

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Ricordiamo il giudizio dell’Apocalisse:

alla chiesa di Laodicea
scrivi che poiché non sei
né caldo né freddo
io ti rigetto.

Per noi cristiani tiepidi
ha scritto Charles Peguy:

Di un peccatore
si può fare un santo,
di un pagano
si può fare un cristiano,
ma di coloro
che non sono niente,
né peccatori né santi,
né cristiani né pagani,
né caldi né freddi,
dei morti-vivi,
che cosa faremo?

Penso alla croce di Gesù:
quale problema risolve,
quale strappo ricuce
quella croce? Nessuno.

Non è chiamata a farlo,
la croce non tappa buchi
ma sfonda pareti,
apre recinti , rotola via
le pietre dalle imboccature
dei sepolcri.

Gesù infatti è
più presente
proprio nelle situazioni
dove vorresti non essere,
dove fai tanta fatica  
ad amare la vita.

La sua esistenza,
dal battesimo al processo,
è un unico e appassionato tentativo di amare la vita
in ogni uomo e donna incontrati,
fino al sigillo dei chiodi.

È il suo fuoco.

Di profeta appassionato
come Geremia, che vede
i cortigiani adulare il re
e lui grida: non farlo,
non ti è lecito!

Anche se per questo
è buttato nella cisterna,
e nuota nel fango.

A volte, a parlare del fuoco
di Cristo, sembra
di nuotare in una palude
di giudizi e di rifiuti,
nel fango dell’indifferenza e della distrazione.

Ma il fuoco ha ragione, mentre il fango ha torto, sempre!

Il Dio di Gesù non porta
la falsa pace dell’inerzia, ma “ascolta il gemito degli schiavi”,
prende posizione contro
i faraoni di ogni tempo.

Porta la pace? No,
se credere è entrare in conflitto! (D.M. Turoldo),

se credere diventa la scelta controcorrente di chi
ha fame di giustizia, dentro una società di ingiustizie;

di chi opera per la libertà
sotto la tirannia
dei poteri forti;  

di chi grida per la pace
dentro un mondo in cui
la guerra è giustificata
fino al genocidio;

di chi ha deciso di scegliere sempre l’umano
contro il disumano.
 
Possiamo vivere accesi,
ne abbiamo il dovere morale.

E noi sappiamo
dove attingere la fiamma,
oggi più che mai:
dal Signore che apre
orizzonti, in cui fa piaga
la somma del dolore
del mondo.

Per gentile concessione di p. Ermes – Fonte.

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