LA GRANDE DOMANDA
23 agosto – XXI TO – Mt 16,13-20
Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù. Ogni anno con un evangelista diverso: Ma voi, chi dite che io sia?
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Siamo nel Nord della Palestina, nel punto più lontano da Gerusalemme, in zona pagana. Qui Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio: la gente, chi dice che io sia?
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Rabbi, sei uno che allarga i cuori, uno innamorato di Dio, un profeta.
Dopo due anni e mezzo passati con lui, per i discepoli il cerchio si stringe: ma voi, voi dalle barche abbandonate, voi che camminate con me da anni e che ho scelto a uno a uno, chi sono io per voi?
Mi guardo dentro. Chi è per me?
Uno che inquieta, uno che non mi lascia in pace; la mia gioia, il mio rimorso; uno che è ‘impossibile amare impunemente’ (Turoldo), senza sentire una stretta nelle viscere.
Gesù non cerca definizioni, ma relazioni; cerca un rapporto vivo: cosa ti è successo quando mi hai incontrato?
Cosa è cambiato in te? Quanto conto per te? Che posto ho nella tua vita? Sono domande da innamorato.
Perché i discepoli e le discepole gli andavano dietro? Perché io gli corro dietro? Semplice: per essere felice.
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Che non significa avere una vita senza ferite, ma più piena, accesa, appassionata.
Gesù non ha bisogno della risposta per sapere se è più bravo degli altri rabbini, lui vuole sapere se Pietro e io gli abbiamo aperto il cuore.
E Pietro risponde con parole per niente facili: Gesù non era il messia muscolare che aspettava, diceva di perdonare senza misura e di amare i nemici, un po’ un ‘anti-messia’.
E a quello sguardo innamorato Pietro risponde: Tu sei il Cristo, il messia, la mano di Dio, la sua carezza, il suo sogno di libertà.
Sei il figlio del Dio vivente. Colui che fa viva la vita, il miracolo che la fa fiorire.
Infine ecco il contrappasso, bellissimo: Pietro, adesso sono io che ti dico chi sei.
Tu sei pietra e su questa pietra… Abbiamo bisogno di uno che ci faccia da specchio, come Pietro, aiutato da Gesù a decifrarsi e ad amarsi: quel suo essere grezzo e focoso, quella parte di sé di cui quasi si vergognava, sarebbe poi stata la più utile: Darò a te le chiavi del Regno dei cieli.
Non sono le chiavi del paradiso, ma del mondo nuovo come Dio lo sogna, del segreto profondo di questa nostra vita.
Date a Pietro, ma non solo a lui, a ogni credente, a tutta l’immensa carovana, con la sua fatica di seguirlo.
Le chiavi e le azioni di legare e sciogliere sono simboli molto più universali e radicali che non il potere giuridico dell’assoluzione nel sacramento della riconciliazione.
Non è roba da preti, questo potere, ma da gente di vangelo, di quelli che sono con la loro vita eco e prolungamento della vita di Cristo.
Ti darò le chiavi: ti do il potere di entrare come energia di trasformazione, come primo passo di un cammino anche nelle esperienze umane più squallide e perdute.
Tu puoi diventare presenza trasfigurante, facendo quelle cose che Dio solo sa fare: pregare per chi ti ferisce, provare dolore per il dolore del mondo, la grande empatia con tutto ciò che vive, queste sono cose divine.
Allora anche tu e io possiamo diventare piccola roccia su cui far poggiare un futuro migliore.
Non macina da mulino, una pietruzza soltanto, ma nessuna piccola pietra è inutile.
Qualcosa sarò, Signore, se tu farai del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.
Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.
