Il commento al Vangelo del giorno a cura di padre Enzo Fortunato.
Trascrizione, non rivista, del video di YouTube.
Buonasera, buonasera brava gente! Eccoci qui, come state? Eh, come va? Tutto a posto? Andiamo avanti allora.
Dopo Roma siamo in quel di Scala. Io sono giunto stasera. Oggi c’è stata la presentazione del corto. Si chiama così perché è un breve film dedicato alla giornata mondiale dei bambini, al festival del cinema, ed è stato davvero un bel momento. Devo dire la verità, ero un po’ all’inizio titubante, però poi portare in questa Piazza, la Piazza del Festival del Cinema di Roma, un corto è stato un motivo per riflettere.
Voi sapete, questo corto l’aveva visto anche Papa Francesco. L’abbiamo trasmesso durante la giornata mondiale dei bambini, se vi ricordate, allo Stadio Olimpico. E ora è stato presentato, potremmo dire ufficialmente, al festival del cinema di Roma.
Il motivo per cui sono a Scala è che c’è una festa a cui sono particolarmente legato: la festa delle castagne. E io c’ho un debole per le castagne! Ed è un bel momento di festa popolare, con la gente, con le persone. Quindi un motivo per ritrovarsi. Stasera c’è gente che ritorna proprio per partecipare a questi momenti, e domani è l’ultima sera. Quindi sto qui domani e poi subito riparto per Roma.
Domani, poi, a Roma c’è un grande momento: la beatificazione dei Martiri francescani, un gruppo di frati minori che è stato martirizzato. Domani sera accenneremo qualcosa in più.
Ma andiamo al motivo del nostro stare insieme. Molti, dopo l’annuncio stamattina al Tg1, stanno chiedendo l’email per dove inviare la richiesta per la rivista di Piazza San Pietro. Continuate ad usare quella che state adoperando, mentre si sburocratizza. Intanto raccogliamo gli abbonamenti per chi vuole abbonarsi. Per chi non ha la possibilità, può chiederlo dicendo: “Padre, tu sai”. Non vi preoccupate, vi arriva gratuitamente Piazza San Francesco. Chi vuole scrivere, lo può fare tranquillamente a Padre Renzo Fortunato, redazione Piazza San Pietro, Basilica papale di San Pietro, Città del Vaticano, e arriva tranquillamente. Questo è anche l’indirizzo ufficiale dove mandare le vostre richieste e lettere.
E andiamo avanti. Andiamo avanti, andiamo al motivo del nostro stare insieme.
Grazie Abbondanza, Milva, Silvana. Andiamo avanti, andiamo avanti! Rosalia, Rita, Luciana, tutte donne! Ecco qui, Enzo, Leonardi, Angela, Angelo, Giovanni. Ci siamo tutti. Eccoci qua, siamo davvero in tanti. Io vedo la partecipazione straordinaria e le condivisioni di questo momento serale che, devo dire la verità, ricevo un riscontro molto forte.
Vi racconto un episodio e poi andiamo al motivo. Sono andato da alcuni amministratori delegati di grandi realtà romane, che poi dovranno sostenere anche l’impegno della rivista della Giornata Mondiale dei Bambini. Arrivo e faccio una confidenza. Uno di loro mi dice: “Padre Enzo, possiamo chiamare mia mamma e mio papà?”. Dico: “Sì”. Dice: “Perché ti seguono tutte le sere e sarei contento se gli facessi una sorpresa, una telefonata”. E l’abbiamo fatta. Abbiamo fatto due o tre chiamate, ed è stato un buon segno. Perché vedete, i genitori sono la spinta anche per i loro figli, che sono diventati grandi manager, grandi presidenti di aziende importanti. Questo mi ha riempito il cuore di gioia, vi dico la verità.
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Insomma, è buon segno. È il segno che da chi meno te l’aspetti c’è gente che segue questo momento. E questo ci chiede maggiore responsabilità. Mi fermo qui per non farla lunga, andiamo ad ascoltare il Vangelo di questa nuova domenica che ci accingiamo a vivere.
Il Signore ci dona una pagina di Vangelo molto intensa, molto interessante, dall’evangelista Marco. In quel tempo si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?”. Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse loro: “Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato, anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo, ma è per coloro per i quali è stato preparato”. Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così. Chi vuol diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.
Condivido con voi, brava gente, tre suggestioni. La prima è il cammino, questa parola così bella, questa realtà così significativa della nostra esistenza. Gesù vive, si avvicinarono a lui Giacomo e Giovanni mentre sono in cammino. Gesù è in cammino verso Gerusalemme e sono già passati tre anni. Tre anni di cammino che hanno fatto. Questo ci dice che la vita è davvero sempre un cammino, un cammino che a volte ci fa sbattere la testa, altre volte ci dona tante gioie, altre volte si ferma, altre ci chiede di allungare il passo. Comunque, è un cammino. La vita è un cammino. Vivere la vita come cammino significa non sentirsi mai arrivati, non sentirsi mai al di sopra degli altri o al di sotto degli altri, ma insieme agli altri. Quando si cammina insieme ci si guarda come fratelli. Se invece ci si sente superiori o inferiori agli altri, c’è qualcosa che non va. Il nostro sguardo lo dobbiamo sempre mantenere alla luce di questo cammino, che cambia il modo di vedere le cose. Cambia completamente il modo di vedere le cose.
Questo direi che è il primo aspetto. Il secondo è che questo cammino fa sorgere sempre delle domande. Io direi che la vita è domanda. Domanda che prima di tutto è ricerca di Dio, o di qualcosa che somiglia a Dio. È la domanda della felicità. Diceva San Giovanni Paolo II ai giovani, durante il Giubileo del 2000, in quella grande spianata dove c’erano milioni di giovani: “Quando ricercate la felicità, quando volete la felicità, ricordatevi che è Gesù che voi cercate, perché la vera grande felicità della vita è Gesù”. Risuonano ancora quelle parole, diventate un eco che accompagna questo secolo, dove tutti cercano la felicità ma non sanno dare un nome a questa felicità.
Giacomo e Giovanni si fanno interpreti, diremmo, di una richiesta: “Donaci un posto in prima linea, donaci un posto in carriera”. Per loro, questa era la felicità. È interessante come dopo tre anni di cammino, anche delle persone che erano state continuamente gomito a gomito con Gesù sbagliano, sbattono la testa. E Gesù risponde.
È interessante perché la risposta alla domanda di Gesù è molto bella: “Cosa vuoi che io faccia per te?”. Ricordiamoci anche qui, è interessantissimo che all’inizio del cammino o a metà del cammino, c’era stato un cieco che aveva chiesto a Gesù la luce della vista. “Che io veda”, aveva detto. Gesù gli dice: “Cosa vuoi che io faccia per te?”. Il cieco lo chiamava Rabboni, maestro. Ed è interessante che Gesù chiede anche ai discepoli: “Cosa volete che io faccia per voi?”. Al cieco risponde subito: “Che tu riabbia la vista”. E il cieco vede, vede la luce. Interessante anche qui: in fondo la richiesta vera è la luce, la luce nella propria vita, la chiarezza nella propria vita.
Gesù risponde ai discepoli: “Voi non sapete che cosa mi state chiedendo. Io non sono l’uomo che fa carriera alle persone o che va incontro alle paure, alle fragilità”. Gesù cerca di fare emergere la domanda vera, la domanda che il cuore porta, e dice loro: “Ragazzi, vi devo dire che non posso farlo. Non è mio compito, non è di mia competenza. Siete sicuri che potete bere il calice? Siete sicuri che potete immergervi nel battesimo che vivrò io?”.
