p. Aurelio Mozzetta – Nella buca delle lettere

857

Pensieroso diario di un prete e di un mondo in difficoltà

In questo diario di un sacerdote troviamo il passato e l’oggi. Ieri il lockdown, in cui l’occhio del prete sensibile e aperto guarda il mutarsi della realtà, si misura con le prescrizioni e le restrizioni perché il morbo non si diffonda e anche con le reazioni del suo popolo, della sua gente. È una narrazione intensa, non banale, fatta di cose alte e di cose umili, che spazia dal senso della vita e della morte ai bollini da mettere sui banchi della chiesa per segnalare dove ci si può sedere.

Ma ecco l’oggi: una volta chiusa la lunga stagione della pandemia, nel cuore del prete a poco a poco si crea una voragine che lo inghiotte: è la depressione. E qui il diario, in parallelo a quella chiusura che riguardava tutti, narra la chiusura del proprio cuore e la lenta risalita verso la luce di una normalità ritrovata. Un filo rosso lega quello ieri a questo oggi: l’importanza delle relazioni, i veri legami che permettono di non perdersi per sempre; la comunità, la famiglia religiosa, la famiglia umana diventano la fonte che permette di ritrovare sé stessi.

- Pubblicità -

ACQUISTA QUI IL LIBRO 👇
AMAZON | IBS | LA FELTRINELLI | LIBRERIA DEL SANTO | MONDADORISTORE | LIBRERIE COOP |LIBRACCIO

Dalla Presentazione

Lasciati portare dalla mano di Dio

Copertina del libro: Nella buca delle lettere

Mi capita di riprendere in mano questi testi, scritti quattro anni fa, al tempo del coronavirus, quando si impose e ci imposero la chiusura di tutto, dai negozi alle chiese.

Capita di farlo in un momento di vita che mi rappresenta una chiusura peggiore di quella imposta dal virus.

L’espressione era stata: «clinicamente depresso»; diagnosi ascoltata dalla donna psichiatra alle due di notte, dopo più o meno dieci ore di pronto soccorso.

Mi hanno trovato di tutto, dal cuore fibrillante e ballerino al colon occluso, dal calo ponderale alla disidratazione, dalla depressione psichica alla super-stanchezza fisica.

Imponendomi, autoritativamente, di allontanarmi dal posto di lavoro (la mia attività di parroco).

Rischio di vita, senza tanti mezzi termini.

Durante il periodo del Covid la chiesa rimase chiusa, per molti, per tutti.

In questo tempo di malattia, anche la mia personale «chiesa interiore» è rimasta drasticamente chiusa.

Per cinque mesi e più, non ho celebrato messa, non ho predicato, non ho amministrato alcun sacramento e non mi sono neppure confessato.

A messa ci sono andato poche volte, mai durante la settimana, ma solo di domenica o alla vespertina del sabato.

Appena entrato in chiesa, mi sedevo all’ultimo banco; ma dopo due minuti dicevo a chi mi accompagnava (di solito mio fratello o mia sorella): «Andiamo via, non la reggo, non ce la faccio…».

Sentivo una forte ripulsa verso la Chiesa e verso l’Eucaristia. Fortunatamente, non mi hanno mai dato retta.

La mia esperienza di «fedele da ultimo banco» mi ha portato a constatare cose che, in realtà, già sapevo, ma che, in quel momento, stavo vivendo di persona: quanto povera, approssimativa, arruffata e sgrammaticata possa essere la predicazione di tanti preti, che spaziavano da Topolino a Batman, dal Tempio di Gerusalemme al Cremlino (per riportare le cose più decenti ascoltate…).

Ce ne vuole davvero tanto di coraggio, alla messa domenicale, per non dire una sola parola sul vangelo e sulle due prime letture!

E a me veniva in mente ciò che diceva l’allora cardinale Joseph Ratzinger, quando additava i «disastrosi esiti» della catechesi odierna.

Quello parlava, parlava, lassù sull’altare o passeggiando tra i banchi, e la gente – specie da mezza chiesa in su – si faceva i fatti suoi, parlottava sottovoce, leggeva altro, badava ai bambini, giocherellava con il cellulare e, magari, si assopiva pure.

Il buffo (il dramma) è che l’imperterrito oratore sembrava

non accorgersi di niente.

Una domenica decisi, volutamente, di non andare a messa.

Mi dissi: «Che vado a fare, ad assolvere un dovere, per assistere a un teatrino neppure tanto attraente oppure vado perché davvero l’Eucaristia mi prende la vita?».

Mi diedi risposta da solo. Non andai.

Non ce l’avrei fatta a tenere. Quando quello parlava e la tirava per le lunghe, senza dire praticamente niente di sensato, io dentro di me sospiravo: «Finiscila, smettila dai, dagli un taglio, non andare oltre, fermati…».

Litanie ripetute come un mantra a ogni predica.

La mia oscurità durava giorno dopo giorno, sempre uguale, seduto su una poltrona come un ebete, in silenzio e senza fare niente.

Più volte sono svenuto, perdendo i sensi e crollando a terra come corpo morto, senza alcuna ragione plausibile. Cento e mille volte ho causato tremore e spavento (e pianti) ai miei cari o a quelli che mi stavano vicino al momento.

La ragione di tutto questo la trovai solo dopo, dalle spiegazioni dei medici.

Poi, pian piano, impercettibilmente, la notte maturò, grazie alla mia famiglia e grazie ai medici che mi diedero terapie adeguate.

L’alba sorgeva, lenta dolorosa e incredibile agli occhi ormai abituati al non senso.

Quando la luce si stabilizzò, e io mi riprendevo ogni giorno qualcosa degli spazi che la malattia mi aveva rubato, ho fortemente voluto tornare alla mia parrocchia, anche se solo per due giorni.

Volevo rivedere la gente che amo e che mi ama e ritrovare l’odore di casa.

Non avvisai nessuno del mio arrivo, se non il confratello sacerdote che mi sostituiva.

Gli chiesi di farmi celebrare la messa delle ore diciotto. Andai in sacristia, vestii i paramenti sacri ed entrai in chiesa, sotto gli sguardi attoniti e meravigliati di quelli che erano presenti.

Salito l’altare e baciata la sacra mensa, alzai la testa, li guardai e dissi: «Dove eravamo rimasti?».

Vidi sorrisi che si aprivano e anche qualche timido incredulo tentativo di applauso.

Quello fu l’atto della mia liberazione e della… riapertura.

Un’ultima nota: malgrado tutta la confusione, il dolore e la visione obnubilata, non ho fatto passare un giorno senza che il mio pensiero si rivolgesse al Fondatore della mia Congregazione, padre Luigi Maria Monti, oggi beato!

Gli chiedevo di aiutarmi.

Forse è stato questo il filo che non ha spezzato del tutto la connessione.

Pian piano, senza che neppure me ne accorgessi, il pensiero è diventato preghiera e si è, finalmente, stabilizzato: «Signore Gesù, aiutami ad essere quello che tu vuoi».

Avendo passato il mio personale, dolorosissimo e disperato

«tempo da coronavirus», voglio dedicare queste poche riflessioni a chi si dovesse, malauguratamente, trovare nella stessa situazione. A chi è oppresso dalla depressione e dalla disperazione, dalla malattia, dalla disgrazia, dalla perdita di persone care, dal venir meno della speranza…

Abbi pazienza. Abbi pazienza.

Stai fermo e non pretendere di essere e fare quello che facevi ed eri prima.

Lasciati andare. Abbi pazienza e fiducia.

Vivi come chi non ha niente da fare, se non mangiare e riposare.

Piano piano la tua alba sorgerà.

So bene che ti sto dicendo queste cose dopo che io ho passato il giro di boa.

Per te che stai in mare aperto, queste sono solo parole, inutili e perfino false, perché incredibili ai tuoi occhi, che vedono solo buio.

Lo so. È stato così anche per me.

Abbi pazienza, però. Se ci riesci, fidati.

E quando puoi e vuoi, prendi la mano che Dio ti tende. Lasciati portare da Lui.