Le parole di Zaccaria, profeta del VI secolo rinviano al futuro di Israele. Dopo il tempo drammatico dell’esilio si apre un nuovo tempo, di cose nuove.
Ma lo sguardo del profeta si spinge ancor più lontano ad un futuro legato alle promesse di Dio, che vedrà la venuta del messia. Il tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme e altre città vengono riedificate: si capovolgono le sorti di chi aveva disprezzato e oppresso il popolo d’Israele. Viene tuttavia indicata la necessità di una ricostruzione non solo esteriore ma interiore.
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Israele dopo l’esilio deve scoprire il senso profondo della sua identità non di potenza tra i dominatori della terra ma di testimone della fede nel Dio dell’alleanza. C’è una rinascita spirituale da attuare, che investe i cuori, è priva di visibilità immediata ed è più importante della stessa ricostruzione materiale. E’ opera dell’amore di Dio. E’ annuncio di gioia perché sta giungendo un re giusto e salvatore. La sua grandezza sta nella fiducia solo in Dio: un re mite che non ha strumenti di violenza ma è disarmato, e costruisce la pace. Guida una comunità di umili, i poveri di YHWH, coloro che non hanno altre sicurezze, se non l’appoggiarsi su Dio, il riporre in Lui la propria fiducia.
Nel vangelo si ritrova il riferimento all’attitudine di mitezza e umiltà. Il testo riporta una preghiera di Gesù: esperienza di ringraziamento innanzitutto, di gratitudine e gioia, di comunione con il Padre. Gesù si lascia sorprendere dalle imperscrutabili vie di Dio, e vive la gioia liberante di chi si meraviglia di fronte al suo agire. Dio sceglie chi è escluso e non considerato, guarda i piccoli, prende con sé gli affaticati. Per questo Gesù ringrazia il Padre, perché ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri. Piccoli sono coloro che vivono un abbandono fiducioso, con la certezza che la cura e lo sguardo di Dio non viene meno: per questo Gesù dice ‘se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli’ (Mt 18,3). La preghiera di Gesù è inno di benedizione e ringraziamento al Padre perché ha rivelato ai poveri e ai semplici i misteri del regno dei cieli; poi parla di un rapporto unico, di ‘conoscenza piena’ tra il Padre e il Figlio; infine presenta l’invito a seguirlo nel suo cammino di messia mite e povero.
Gesù chiede: ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’. E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre: riprende l’immagine del giogo utilizzata dai maestri ebrei per parlare della legge e delle osservanze (Sof 3,9; Lam 3,27, Ger 2,20;5,5). Ma la libera da ogni significato di pesantezza: ‘il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero’. Gesù conosce la nostra debolezza e la nostra incapacità a sostenere il peso della legge stessa, si rende spazio di accoglienza – ‘venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi’ – propone una via non di pesi e ripiegamenti ma un incontro di gioia vissuto nella libertà e nell’apertura del cuore, da figli e non da schiavi. Al centro sta una relazione in cui scoprirsi accolti e curati: il Padre ha cura di noi.
Per gentile concessione di p. Alessandro – dal suo blog.
p. Alessandro Cortesi op
Sono un frate domenicano. Docente di teologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘santa Caterina da Siena’ a Firenze. Direttore del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ a Pistoia.
Socio fondatore Fondazione La Pira – Firenze.

