Pace e bene cari fratelli e sorelle, questa domenica entriamo nel cuore della parabola del servo spietato per scoprire che il perdono non è anzitutto uno sforzo eroico, ma un dono ricevuto. Solo chi si lascia raggiungere dalla misericordia di Dio può imparare, poco alla volta, a liberarsi dal peso del rancore e a vivere la libertà dei figli di Dio.
Il Vangelo di questa domenica ci presenta ciò che è fondamentale nelle relazioni umane: perdonare.
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Tutti noi sperimentiamo quanto sia difficile perdonare e quanto è lungo un cammino di guarigione.
Perdonare non significa pronunciare la parola del perdono e aspettarsi un effetto istantaneo. Il perdono è un processo lento, progressivo, che coinvolge tutta la sfera della persona.
Il gesto del perdono, infatti, è solo l’ultimo atto che riguarda un lungo processo di purificazione e di guarigione.
Quando abbiamo ricevuto un’offesa, immediatamente scatta in noi il risentimento, la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione della persona che ci ha offeso. C’è bisogno di un po’ di tempo perché riprendiamo il controllo che magari abbiamo perso.
E qui c’è da chiedersi: “Abbiamo il desiderio di perdonare?”, perché se uno a priori dice: “Non voglio perdonare!”, c’è poco da dire!
Diverso è quando diciamo di vero cuore: “Vorrei perdonare ma non ci riesco! Aiutami tu, Signore!”.
Ecco, chi dice ciò, si apre all’opera dello Spirito Santo e mette in gioco la sua volontà, la sua intelligenza, il suo cuore perché vuole giungere, con la grazia di Dio, a perdonare di vero cuore.
Perché comprende che perdonare non è un atto di debolezza ma di fortezza. Perché comprende che odiare è vivere una vita d’inferno.
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Riuscire a perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu!
Riuscire a perdonare implica la propria liberazione da un nemico interno: l’odio.
E l’odio è un sentimento così forte che chi ti ha offeso rimane sempre presente nei tuoi pensieri, nei tuoi ricordi, nei tuoi progetti. Vuoi dunque essere libero nella tua vita?
Perdona a chi ti chiede perdono e cerca di non tenere conto del male ricevuto. È sicuramente un lungo cammino, richiede la nostra buona volontà e l’impegno di tutta la nostra persona, ma «il cuore che si offre allo Spirito Santo tramuta la ferita in compassione e purifica la memoria trasformando l’offesa in intercessione» (CCC 2843).
Ma da dove nasce questa nostra chiamata a perdonare? Chi ci dona la forza di perdonare?
In questo brano evangelico Gesù dice: «Se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,15). Queste parole potrebbero farci pensare che la misericordia di Dio verso di noi sia solo una conseguenza della nostra misericordia verso gli altri.
Se così fosse, sarebbe come condizionare il perdono di Dio al nostro perdono, cioè Dio ci potrebbe perdonare solo dopo che noi abbiamo perdonato le persone che ci hanno fatto del male: poveri noi, chissà quante volte Dio rimarrebbe inoperoso! La parabola dei due servitori è la chiave per interpretare correttamente questo rapporto.
La generosità del padrone (Dio), che rimette un debito immenso (diecimila talenti!) al servo (all’uomo peccatore), avrebbe dovuto spingere il servo ad avere pietà di colui che gli doveva la misera somma di cento denari. È dunque Dio che perdona per primo e, perdonandoci, ci dona il suo amore, la sua grazia che ci permette di perdonare gli altri.
Ricordiamoci sempre che Dio prima di comandarci una cosa ci dà gli strumenti e la forza per farlo: «Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3,13). Noi dunque perdoniamo gli altri perché Egli ci ha insegnato il perdono, ci ha perdonati per primi.
«Dobbiamo dunque avere misericordia perché abbiamo ricevuto misericordia, non per ricevere misericordia; però dobbiamo avere misericordia, altrimenti la misericordia di Dio non avrà effetto per noi e ci verrà ritirata, come il padrone della parabola la ritirò al servo spietato» (p. R. Cantalamessa).
In conclusione, una piccola storiella per riflettere. Un monaco si era seduto a meditare sulla riva di un ruscello. Quando aprì gli occhi, vide uno scorpione che era caduto nell’acqua e lottava disperatamente per stare a galla e sopravvivere.
Pieno di compassione, il monaco immerse la mano nell’acqua, afferrò lo scorpione e lo posò in salvo sulla riva. L’insetto per ricompensa si rivoltò di scatto e lo punse provocandogli un forte dolore.
Il monaco tornò a meditare, ma quando riaprì gli occhi, vide che lo scorpione era di nuovo caduto in acqua e si dibatteva con tutte le sue forze. Per la seconda volta lo salvò e anche questa volta lo scorpione punse il suo salvatore fino a farlo urlare per il dolore. La stessa cosa accadde una terza volta. E il monaco aveva le lacrime agli occhi per il tormento provocato dalle crudeli punture alla mano.
Un contadino che aveva assistito alla scena esclamò: «Perché ti ostini ad aiutare quella miserabile creatura che invece di ringraziarti ti fa solo male?».
«Perché seguiamo entrambi la nostra natura» rispose il monaco. «Lo scorpione è fatto per pungere e io sono fatto per essere misericordioso». E tu, per che cosa sei fatto?
