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p. Alessandro Cortesi op – Commento al Vangelo di domenica 14 giugno 2026

“Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me” E’ l’annuncio consegnato a Mosè nell’esperienza del Sinai da portare a tutto il popolo: è il ricordo dell’esperienza l’esodo, uscita dalla schiavitù per entrare in una terra nuova, la terra della libertà, un cammino guidato dalla mano di un Dio vicino che ascolta il grido dell’oppresso.

Un’aquila che solleva e porta i suoi piccoli è espressione del volto di Dio, metafora femminile legata al mondo della natura, attenta a dire un rapporto di custodia e cura. Il Dio liberatore chiede di ascoltare la sua voce e di custodire l’alleanza che ha donato.

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Entrare nella terra è il lungo percorso dell’intero esodo e viene a coincidere con l’entrare in un rapporto, è un ‘venire a me’. La terra non sarà territorio di cui affermare un privilegio, e neppure possesso di grandezza e potenza ma segno di un incontro:  “voi stessi avete visto come vi ho fatti venire fino a me”. Israele sperimenta nella concretezza delle vicende della sua storia come Dio agisce dentro la storia e si fa vicino. Entrare nella terra è esperienza dell’entrare nell’incontro con Dio. E’ lui per primo che ha ascoltato il grido del suo popolo, se ne è preso pensiero ed è sceso a liberarlo (Es 2,24), lo ha sollevato e portato ad un rapporto nuovo, una storia dell’alleanza.

Da qui sorge il dono di santità non quale tratto riguardante un certo tipo di grandezza o eccezionalità di una persona ma carattere collettivo e aperto, segno di un rapporto comune e condiviso con colui che è unico santo. La santità di Dio si comunica e si rende presente nel gesto di Dio che salva e si trasmette in ogni partecipazione a questo dono. Popolo di sacerdoti e nazione santa è indicazione non di privilegio, ma di una missione ad attuare la giustizia che è la fedeltà di Dio alle sue promesse, a comunicare salvezza che si connota come liberazione storica e sociale per tutti coloro che sono impoveriti e oppressi. 

Non siamo noi che ci salviamo con le nostre forze ma la salvezza è dono che viene da Dio, come ricorda Paolo nella Lettera ai Romani: “Se, infatti , quando eravamo  nemici siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita”.

Nel vangelo di Matteo Gesù è presentato nel suo agire di compassione che manifesta il modo di amare di Dio: l’autentica identità dell’umano è tenerezza, è capacità di sentire il dolore dell’altro. Gesù vive questa tenerezza e si lascia interrogare dai volti delle persone che incontrava: indica così una via sulla quale seguirlo. La vita di discepole e discepoli è accogliere un invito a porre i piedi sulla strada percorsa da lui per primo. Ci sono tre caratteri del loro andare: innanzitutto li manda ad annunciare che il regno di Dio è vicino. Al centro del seguire Gesù deve stare non la preoccupazione di un dominio politico o sociale ma una realtà di rapporti nuovi di fraternità sororità accoglienza. Gesù poi indica lo stile della povertà, il non lasciarsi appesantire da tante cose. Solamente imparando a guardare il mondo dall’esperienza degli impoveriti può far sorgere scelte di giustizia. Gesù infine ricorda la gratuità: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Il regno dei cieli è scoperta della tenerezza di Dio ed è responsabilità di rapporti nuovi nel cammino storico. Gesù invita a porre dei segni concreti: guarite risuscitate… sono le sue opere. Sono i medesimi gesti di Gesù che passava facendo del bene. C’è un cammino possibile insieme a lui da ricominciare ogni giorno.

Per gentile concessione di p. Alessandro – dal suo blog.

p. Alessandro Cortesi op

Sono un frate domenicano. Docente di teologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘santa Caterina da Siena’ a Firenze. Direttore del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ a Pistoia.
Socio fondatore Fondazione La Pira – Firenze.