Domenica scorsa si è concluso l’ascolto del capitolo XIII di Matteo, dedicato alle parabole: il seminatore che getta il seme su vari terreni (13,1-23, 12 luglio); il grano e la zizzania (24-43, 19 luglio) il tesoro nel campo (26 luglio). Oggi la liturgia ci fa iniziare il capitolo XIV dal versetto 13, tralasciando i primi 12 che parlano del martirio di Giovanni Battista ad opera di Erode, brano che viene presentato nel giorno del martirio del Battista (29 agosto).
Il testo di oggi inizia proprio da questo fatto:
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v. 14: «Avendo udito – della morte di Giovanni Battista – Gesù partì di là su una barca…». Una fuga che non è rimasta nascosta, a tal punto che una considerevole folla lo seguì a piedi. Nonostante l’umano smarrimento di Gesù per la morte del Battista (non dimentichiamo che Giovanni Battista è figlio di Elisabetta, cugina della Vergine Maria), Gesù non si sottrae dal rivolgere una parola di consolazione alla folla e a guarire i malati. Egli è mosso da compassione, comprende che l’unico modo per saziare la fame del cuore della gente è farsi loro prossimo; è dare loro ascolto, attenzione. Gesti e parole che sembrano preparare la scena successiva dedicata alla moltiplicazione dei pani e che potremmo sintetizzare così: «Come io vi ho amato, così amatevi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Eppure, le parole dei discepoli dimostrano di non aver capito!
«Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù disse loro: “Non occorre che vadano…». I discepoli faticano a capire che non basta saziare uno stomaco per star bene, ma c’è bisogno di ricucire relazioni, di riconoscersi fratelli e sorelle: «Voi stessi date loro da mangiare»·
Come Gesù ha dato attenzione alle folle e ha guarito i malati, ora questo compito è affidato ai discepoli del Signore: ciascun battezzato è invitato a sfamare la fame e la sete del cuore e del corpo, a colmare – come recita il salmo – «Il desiderio di ogni vivente».
Ma mentre i discepoli valutano la situazione con i parametri umani – «Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare», ossia ciascuno s’arrangi per sé!, Gesù invita a mettersi personalmente in gioco: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma non secondo calcoli umani: «Non abbiamo altro che cinque pani e due pesci…». Riecheggiano così le parole del profeta Isaia proposte nella prima lettura: «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?».
Il Profeta smaschera l’illusione che basti un portafoglio pieno o uno stomaco sazio per soddisfare la vita, ma non è così. Anzi, aggiunge: «Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti». Ascoltare e mangiare sono due verbi che camminano insieme. E a ben vedere li ritroviamo nelle gesta di Gesù: dopo aver dato ascolto alle folle e guarito i malati, dà lui stesso da mangiare con quanto i discepoli alla fine offrono: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci… portatemeli qui»·A questo punto seguono gesti e parole importanti: Gesù «prese i cinque pani…alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla»· Se seguiamo attentamente la dinamica, noteremo che in questi gesti-verbi viene anticipata l’Eucaristia: prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro.
È lo stesso processo dell’Eucaristia, a sottolineare che quando la vita si fa dono per gli altri, ci sarà sempre abbondanza e felicità: «Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati». Il dato fondamentale non è tanto la «moltiplicazione», quanto la «condivisione».
Fintanto che si resta chiusi nei propri calcoli; fintanto che si vuole pretendere di salvaguardare il proprio spazio vitale, invitando gli altri a provvedere da soli alle loro necessità – «congela la folla perché vada…» – fintanto
che non si esce da questa sorta di garanzia di sicurezza, non saremo sintonizzati col pensare e agire del Signore.
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Nel capitolo XIII Gesù ci ha spiegato chiaramente che il seme della sua Parola è sempre efficace, ma dipende poi dal terreno dei cuori, dei pensieri… far maturare e portare frutto al seme ivi custodito (domeniche precedenti). Fintanto che non si riconoscerà che Gesù è il tesoro sul quale merita investire tutta la vita (domenica scorsa), non diventeremo capaci di agire come Lui, di accogliere gli «assettati e affamati» di tutti i tempi.
A questa fame, però, è importante rispondere non con la logica economica, ma con quella del dono; non accontentandosi di saziare lo stomaco, ma riempendo la vita di senso e di significato, e solo Gesù può farlo. Come Gesù ha dato ascolto alle folle, ha guarito i malati, si è lasciato commuovere dalle loro esigenze…così i discepoli di tutti i tempi sono chiamati a lasciarsi coinvolgere di fronte alle necessità dei propri fratelli e sorelle.
E’ importante imparare a comprendere che c’è una fame profonda che chiede di essere saziata e che l’unico cibo è l’amore, è l’attenzione… Ecco perché è necessario restare sintonizzati con il Signore, far sì – come ricorda Paolo nella II lettura – che «nulla ci separerà dall’amore di Cristo»: solo restando uniti a Lui sapremo portare Lui agli altri. In fondo, la luce della consolazione, della speranza, dell’amicizia vera è luce riflessa: Come la luna riflette la luce del sole, così anche noi possiamo riflettere la luce vera solo restando davanti alla Luce che è Cristo stesso. Solo restando davanti a Lui e con Lui impareremo ad agire come Lui. E ci sarà abbondanza e gioia per noi e per tutti.
Per gentile concessione di don Andrea Vena. Canale YouTube.
