mons. Giuseppe Mani – Commento al Vangelo di domenica 21 Maggio 2023

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Ascensione del Signore

L’evangelista San Luca ci presenta l’evento dell’Ascensione come lo spartiacque delle due epoche della vita di Cristo: quella in cui Gesù è stato umanamente visibile e l’inizio di un’altra in cui di fatto Lui non può più essere visto. Gli apostoli sono qualificati per essere i suoi testimoni nel mondo. La relazione stabilita tra Gesù e i suoi apostoli è sempre più alta. Lui parla di “elevazione”, di “salita al cielo”, di “sparizione”. Tutte espressioni che suggeriscono immediatamente una perdita. L’evento a prima vista non è un evento felice.

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La lettera agli Efesini, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura, ci orienta diversamente nel pensare l’Ascensione di Gesù. La vede unita alla resurrezione, di cui è complementare, e facente parte di uno stesso mistero, di cui Dio è la sorgente. Luca ci presenta il fatto nella sua storicità, mentre San Paolo ci orienta a vedere un evento che si svolge tra il Padre e il Figlio. È un evento di portata cosmica che consacra la supremazia universale del Figlio. È l’evento fondatore che stabilisce la relazione di Cristo con la Chiesa. Risuscitato il suo Figlio, Dio lo intronizza come Messia. Gesù, Figlio di Maria, ha ricevuto dal Padre il potere regale universale. La festa dell’Ascensione è la grande festa della Signoria di Cristo, in qualche modo la festa di Cristo Re.

Il Vangelo di oggi è tutto incentrato su Gesù che si manifesta in una apparizione solenne ai suoi discepoli. Per l’evangelista la storia di Gesù non si conclude con una separazione, ma con un ultimo incontro che non può interrompersi. Il Risorto ha fissato un appuntamento ai suoi discepoli in Galilea, terra dell’inizio del vangelo, luogo di incontro di molti popoli. Questo dimostra che loro sono invitati a incontrarsi col mondo intero. Ma la cosa più importante è che Gesù si avvicina e promette di essere con loro fino alla fine dei tempi.

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Il linguaggio usato dall’Evangelista è quello di una visione, di una teofania. Ciò è confermato dalla autopresentazione di Gesù: “Ogni potere mi è stato dato nei cieli e sulla terra”. Il Signore della creazione agisce in nome di Dio stesso e, come nell’Antico Testamento, conferisce una missione divina agli uomini. E soprattutto offre un’alleanza perpetua. Questo è il senso delle ultime parole del vangelo: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi”.
Gesù non sparisce, ma appare; non si separa dai suoi, ma viene per rimanere con loro per sempre. Non sale lontano nei cieli come Elia; ha dei discepoli che devono salire……sulla montagna.

L’ultima apparizione di Gesù è una apparizione escatologica. È definitiva, ma i suoi effetti non cesseranno mai. È l’apparizione di una presenza e l’inizio di una compagnia. Gesù non cesserà mai di accompagnare gli apostoli nella loro missione che è di far conoscere universalmente il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito.

La liturgia di oggi ci invita a guardare il Cielo. Questa festa ci spinge a guardare il Cristo invisibile nella visibilità della Chiesa. La testimonianza cristiana ha una dimensione storica, senza dubbio, essa esiste per la scomparsa di Cristo Signore e non esiste che per la responsabilità assunta nella fedeltà al suo amore. Egli è portatore di una presenza invisibile, una presenza essenziale, che sfugge agli sguardi come a tutte le esperienze umane. Questa Presenza ci è per sempre assicurata da Cristo Signore del cielo e della terra.

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