La preghiera inizia dalla preghiera, da chi avendo imparato a pregare a suo tempo ora insegna a noi a pregare. Come un dono prezioso, racchiuso in uno scrigno che qualcuno ci mette nelle mani e a poco a poco si dischiude e si mostra a noi.
Nel Vangelo di Luca, prima di ogni decisione importante, prima di ogni passo da compiere, si narra che Gesรน si ritira in solitudine a pregare. Il dialogo silenzioso con il Padre diviene il luogo in cui egli trova le energie, pensa le parole, formula le decisioni da prendere.
I discepoli se ne rendono conto, certo non sempre, e gli chiedono di insegnare anche a loro a pregare, come Giovanni ha fatto con i suoi discepoli. Gesรน insegna loro la preghiera del Padre nostro, la prima che abbiamo imparato da bambini. Oggi la leggiamo nella versione di Luca, piรน breve di quella di Matteo che conosciamo a memoria, piรน scarna ed essenziale, letterariamente piรน asciutta. Entrambe perรฒ hanno la stessa matrice e filo conduttore: il dialogo con Dio, Padre di misericordia, attraverso invocazioni e domande.
Forse piรน che con tante parole, leggendo questo testo verrebbe da seguire lโesempio di Gesรน e mettersi davanti al testo, leggerlo e rileggerlo piรน volte, rimanere in silenzio, lasciandolo risuonare dentro di noi. Almeno questo sarebbe il mio desiderio oggi.
Gesรน si rivolge al Padre senza premettere โnostroโ: unโinvocazione, quasi un sospiro con il quale ci si rivolge a colui che sappiamo puรฒ ascoltarci sempre.
Questo nome, il nome di Dio รจ santo. La sua santitร diviene movimento, non รจ statica e asettica; non รจ segno di separazione, come se Dio fosse posto su un trono lontano, irraggiungibile a noi umani e peccatori, ma diviene presenza in mezzo a noi: โSiate santi, perchรฉ io, il Signore, vostro Dio, sono santoโ (Lv 19,1-2). ร lโEmanuele, il Dio con noi manifestatosi in Gesรน di Nazaret.
Il nome di Dio richiama il regno di Dio che รจ invocato affinchรฉ venga: รจ un Regno che nulla ha a che spartire con i regni che conosciamo. Dio รจ un re che alla sua tavola non invita notabili e cortigiani, civili ed ecclesiastici, ma invita poveri, storpi, ciechi, pubblicani e prostitute, tutti coloro quelli che ai nostri occhi non ne sarebbero degni.
Alla tavola del regno di Dio รจ distribuito il pane, per ciascuno, ogni giorno, affinchรฉ nessuno abbia a soffrire la fame e al contempo nessuno ne faccia accumulo speculandoci sopra. Il pane รจ condivisione: โHo avuto fame e mi hai dato da mangiareโ (cf. Mt 25,35). Il pane รจ spezzato e dato: Gesรน lo assume come segno eloquente del suo corpo dato per lโumanitร tutta. Imparare a condividere e imparare a perdonare sono azioni prossime.
Siamo capaci di perdono solo se prima ci riconosciamo peccatori, e peccatori perdonati; siamo capaci di condividere se riconosciamo tutto quanto ci รจ stato donato e condiviso. Entrambe sono azioni di grazia e di ringraziamento. Solo allora sarร possibile un autentico perdono, unโautentica condivisione non formale ma reale, vissuta nelle nostre fibre profonde.
In tutto questo non siamo mai soli, mai โabbandonatiโ al pericolo e alla tentazione. La nuova traduzione del Padre nostro rende maggiormente ragione di questo. Dio non ci abbandona e non ci ha mai abbandonato, a noi รจ data la libertร di riconoscere la sua presenza fedele e quotidiana, accanto a noi come Padre.
fratel Michele
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