Trasfusione di vita
Due racconti si intrecciano in questa pagina del Vangelo di Marco. Due racconti in cui i protagonisti sono dei corpinei quali la vita lotta contro la morte. Due racconti in cui dei corpi già abitati, in vita, dalla morte, sentono il flusso della vita defluire da loro e la morte rendere impotente ogni loro battaglia per la vita.
Dapprima, la storia di un uomo che vede sfuggire dalle sue mani e dal suo cuore la vita della sua giovane figlia, cioè di un uomo che sta perdendo parte di sé, ciò che ha di più caro. Poi, la storia di una donna affetta da un’ininterrotta perdita di sangue, e dunque di vita, da dodici anni, che vede il suo corpo privato della fonte della vita fisica e, soprattutto, privato del senso della vita: considerata impura e costretta all’isolamento, la sua vita è privata della comunione, è sottratta alla relazione. Dodici anni – un’eternità – di assenza di ciò che rende vivibile e sensata una vita: la consolazione dell’amore.
Due storie che narrano l’impotenza dell’uomo di fronte alla morte, alla perdita, alla separazione. Due storie esemplari dietro le quali, in trasparenza, leggiamo le nostre, spesso dolorose, storie di morte, di perdita, di separazione. Due storie esemplari in cui sentiamo vibrare la nostra impotenza di fronte a tutto ciò che minaccia, e a volte uccide, il nostro desiderio di vita, di relazione, di amore.
Paralizzati da tale impotenza, da tale fragilità costitutiva della nostra vita, che fare? Le due storie narrate da Marco ci presentano la soluzione del vangelo, la cura del vangeloa questa malattia esistenziale dell’uomo. E questa cura è la trasfusione. L’impotenza dell’uomo di fronte ad ogni morte esperita già qui nei giorni della nostra vita è vinta soltanto attraverso l’accettazione e l’invocazione. Accettazione di non poter trovare un rimedio in noi e invocazione di una trasfusione di vita, fiduciosa apertura alla vita che viene da un altro e, per contatto, ridesta in noi la vita.
Nel racconto letto emerge infatti il linguaggio del contatto dei corpi, si staglia il lessico della prossimità che narra un Dio vicino, un Dio che ha scelto la prossimità come luogo della sua manifestazione e modalità della sua presenza.
Parole che ci dicono come nella prossimità di Gesù una nuova vita ci è trasmessada corpo a corpo. Potenza di vita che sgorga dalla vita di Gesù, colui che ha fatto della sua vita un’incessante ricerca di relazione e un ininterrotto incoraggiamento alla fiducia in un Dio vicinissimo. Dalla vita di Gesù un’emorragia di vita divina si effonde, come per trasfusione, nei nostri corpi e nei nostri cuori.
È questa trasfusione vitale che, nel vuoto delle nostre morti, delle nostre perdite, delle nostre separazioni, fa scorrere la freschezza di una fede, di una fiducia che osa immaginare e sperare l’insperabile: “Non temere, continua solo ad avere fede!” (v. 36), dice Gesù a Giairo e, attraverso di lui, anche a noi.
E così la trasfusione di vita diviene anche trasfusione di fiducia, che è il vero motore che fa ripartire una vita. Perché avvenga qualche divina trasfusione può bastare davvero poco, anche solo un piccolo gesto riassunto in una mano aperta e tesa alla relazione con il Signore.
fratel Matteo
Per gentile concessione del Monastero di Bose.
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