La mano e il cuore
Il sabato è per l’ebraismo, come e più che la nostra domenica, il giorno in cui l’attività ordinaria cessa per fare spazio alla lode del Dio creatore e all’attesa del suo giorno: due dimensioni che dovrebbero sostenere ogni giornata, e che spesso preferiamo confinare a un giorno specifico. Con le conseguenze che questo brano del Vangelo ci presenta: la completa indifferenza di fronte a un uomo che ha una mano inaridita, ossia incapace di distendersi e stringere: in una parola, un uomo con un grave impedimento alle relazioni fraterne. Da questo punto di vista, possiamo dirci con sicurezza migliori di costui?
Ci inganneremmo, però, se saltassimo alla conclusione che il fulcro di questo passo sia la mano inaridita. Difficoltà piccole e grandi nelle relazioni orizzontali tra noi esseri umani sono parte della nostra vita quotidiana, e sarebbe illusorio pretendere di lasciarle fuori dai tempi maggiormente segnati dalla relazione verticale con Dio. Dioci ama così come siamo, e in Gesù si prende cura (questo il significato originario del verbo tradotto, al v. 2, con “guarire”) di ognuno e ognuna di noi. Purtroppo, però, la nostra tendenza apparentemente innata a separare tra buono e cattivo, santo e profano si traduce in atteggiamenti che possono diventare mortiferi.
Perché, a ben vedere, quella degli avversari di Gesù non è esattamente una forma di indifferenza. Ai loro occhi, quell’uomo cessa di essere tale e diventa un test, un tranello, un potenziale capo d’accusa.
Qui Gesù si imbatte per la prima volta nel vero caso disperato: il cuore indurito, ossia quel cuore impermeabile a tutto ciò che non si conforma alle sue attese, che rende sordi gli orecchi, ciechi gli occhi, muta la lingua (cf. v. 4) e di fronte al quale egli non può che provare rabbia frammista a profonda tristezza. Perché quei farisei, mentre progettano (in giorno di sabato, e con gli erodiani che non avevano certo i loro scrupoli di purezza!) di rovinare Gesù, non si accorgono di mandare sé stessi in rovina.
Guardiamoci però dal rivolgere a quei farisei uno sguardo di commiserazione e sufficienza. Anche il cuore dei discepoli (e quindi di noi tutte e tutti!) può indurirsi e, di fatto, a volte si indurisce (cf. Mc 6,52; 8,17). Non montiamoci la testa, non saliamo su un piedistallo da cui cadremmo malamente.
Chiniamoci, invece, con tutta la tradizione della Chiesa e con Israele, sulle più antiche preghiere a Dio, i salmi, che ci fanno presente che “un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi” (Sal 51,19). Contrito: ossia schiacciato, in altre parole un cuore che era di pietra e che a poco a poco, forse grazie allo Spirito che tante volte agisce lentamente come l’acqua, ha iniziato a creparsi, fino a sbriciolarsi del tutto. E se questa prospettiva ci sembra dura, ricordiamoci cosa va di pari passo con questo cuore schiacciato: la gioia della salvezza che viene dal Signore, con uno Spirito generoso (cf. Sal 51,14) verso di noi, perché anche noi lo siamo con i nostri fratelli e le nostre sorelle.
fratel Federico
Per gentile concessione del Monastero di Bose.
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