Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 14 Gennaio 2026

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Libertà e fedeltà

Il predicare il vangelo di Gesù, meglio, la sua quotidianità, si colloca fin dall’inizio in un vivere “in compagnia” con i primi discepoli e non da solo, un andare con loro e non tantο un “trascinarli” dietro a sé, mostrando una grande capacità di ascolto e di vita di relazione. 

Non è dunque una sorpresa che nel suo “entrare ed uscire”, Gesù incontri anche altri, in particolare persone gravate dal peso della malattia o da altre strane presenze e non resti indifferente alla loro situazione penosa. Non è lui che va a cercare quanti sono preda del male e del demonio; sono gli altri a parlargli di loro e a condurli a lui, ma egli entra in relazione (fisica: “prendendola per mano” contro la mentalità dell’epoca sul comportamento di un Rabbi) ed opera il bene nei loro confronti.
Ma i suoi interventi, pur così bene accolti dagli altri, non assumono per lui significati prioritari. Marco sorvola sul sentire di Gesù riguardo alle sue stesse azioni; dice che la sua preoccupazione è che non diventino ostacolo al modo e ai tempi della sua manifestazione. Comunque non suscitano in lui reazioni particolari, sembra sentirle come doverosi interventi secondari: è il Messia, non un semplice filantropo! Dunque priorità del predicare che non rifiuta l’incontro, l’operare, fare il bene e allontanare il male, per quanto possibile (Marco sembra voler discretamente inserire una tensione tra i “tutti” che vengono condotti e i “molti” che vengono curati e liberati).
Anche se sembra che molto del suo tempo (e della narrazione evangelica!) sia investito così e che questo sia l’aspetto più evidente ed apprezzato del suo entrare in scena, Gesù è capace di non lasciarsi condizionare dalle richieste degli altri e dallo stesso modo di pensare dei suoi discepoli, ma di discernere e mantenere le priorità.
È significativo il contrasto che il testo crea mostrando Gesù che, nella casa di Simone, ascolta ed esaudisce la richiesta implicita dei discepoli che gli parlano della donna malata, mentre più tardi non prende nemmeno in considerazione le parole del medesimo Simone e le sue aspettative sottintese. Il suo essere capace di prendere le distanze dalle sue attività e dal successo che ne deriva, di allontanarsi, di vivere altro a livello spirituale e relazionale, è il modo umanissimo (la solitudine, la preghiera!) con cui Gesù non si lascia travolgere dal “successo” e mantiene la chiarezza della sua identità, dato che, lui come ciascuno di noi, deve rispondere alla domanda che la vita pone: chi sono? Per che cosa sono a questo mondo? Che senso ha quello che sto facendo?
Anche per lui c’è la faticosa e non scontata ricerca di saper incontrare e vedere le persone con i loro bisogni e ed esigenze di vita, mantenendo e costruendo in questo la propria identità.
Non solo problema umano, ma anche di vita credente: “I poveri li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre!” (Mc 14,7). L’evangelo non è semplicemente un’etica.
Gli parlano… gli portano… lo cercano…Il suo muoversi che incontra ma non si lascia catturare, gli permette al momento opportuno un altro “venire”, andare, muoversi verso altrove, forse verso altri bisogni, certamente verso altri orecchi. Gli permette libertà e fedeltà alla sua vocazione. 

fratel Daniele

Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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