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Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 10 settembre 2026

Una misura sproporziona

Il testo di oggi fa parte del “discorso della pianura”, che Luca propone in forma più breve e essenziale rispetto al “discorso della montagna” di Matteo.

Il tema dell’amore per i nemici è proposto subito dopo le parole sui “beati” e sui “guai” quasi che l’evangelista voglia porre come fondamento del suo discorso proprio queste parole che Matteo invece pone verso la fine.

Sono parole certamente rivolte ai discepoli ma in quel “a voi che ascoltate” (v. 27) sono comprese le folle che attorniano Gesù e poi noi stessi, come lettori che a distanza di tempo e di luogo ci impegniamo nella sfida che il vangelo ci pone a ogni versetto, a ogni situazione, a ogni parola o gesto raccontato. Perché l’ascolto provoca un confronto, un dirigere il proprio pensiero e sguardo interiore verso noi stessi e fa sorgere la domanda cruciale: “Ma voi chi dite che io sia?” (Mt 16,15)… Ovvero, cosa è per noi il vangelo, chi è il Signore Gesù e come si incarna nelle nostre vite? Come la nostra vita è toccata dalle sue parole?

Parole come “amare i nostri nemici, fare del bene a chi ci odia, benedire chi ci maledice, pregare per chi ci maltratta” (cf. vv. 27-28) sembrano impossibili e impraticabili, ci toccano nel vivo di relazioni da cui si vorrebbe solo fuggire o reagire ricambiando con la stessa modalità.

Ugualmente per le parole, ai versetti successivi, che addirittura  descrivono come “peccatore” colui che ama chi lo ama, fa il bene a chi gli fa del bene, presta denaro a chi può restituirlo (cf. vv. 32-34). E di nuovo, l’appello ad amare i propri nemici, a voler bene e a prestare denaro senza perdere la speranza verso la persona che diviene oggetto di queste azioni (cf. v. 35).

Ma allora, come si fa? La risposta è il cuore del testo: “Egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi … Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” (vv. 35b-36).

In fondo il punto cruciale è riconoscerci noi stessi bisognosi dello sguardo “evangelico” del Signore che ci ama anche quando siamo nemici, quando diciamo parole cattive, quando viviamo relazioni sbagliate con le persone, quando la logica del sentirsi migliori ci fa ignorare i bisogni del prossimo. Il Signore non ci perde di vista, non ci abbandona, non si stanca di tirarci dalla sua parte… 

Credere a tutto questo è il passaggio decisivo perché ci si accorge della misericordia che il Signore ha avuto per noi e i nostri limiti e fragilità. Qui l’evangelista ci dice “come  il Padre vostro è misericordioso” (v. 36). Tutto si regge su quella piccola parola “come” che si può tradurre  “come e perché” (Daniel Attinger).

Noi possiamo essere plasmati dall’amore e dalla misericordia di Dio e del Signore Gesù solo se prima di ogni altra cosa ci riconosciamo mancanti, vuoti, deboli (come direbbe Paolo). E questo ci dà la forza, la possibilità di “andare e fare lo stesso” e quindi arrivare ad amare i nostri nemici e agire come Gesù chiede a coloro che ascoltano le sue parole. 

Allora accadrà lo straordinario e paradossale “scambio” del vangelo, i cui doni sono in misura sproporzionata (cf. v. 38). Anche cento volte tanto!

fratel Marco

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Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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