Pace e bene! Questa domenica lasciamoci interpellare dalla parabola del seminatore, chiave preziosa per comprendere il rapporto tra grazia e libertà, tra la Parola di Dio – viva ed efficace – e l’importanza della nostra accoglienza.
“Ecco il seminatore uscì a seminare”. Da dove uscì colui che è in ogni luogo e riempie l’universo intero?
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Come uscì? […] Si è avvicinato a noi rivestendo la nostra carne. Noi non potevamo andare a lui, perché i nostri peccati ce lo impedivano; allora è stato lui a venire a noi.
E perché uscì? Per distruggere la terra dove pullulavano le spine? Per punirne i coltivatori? Assolutamente no. Egli viene a coltivare questa terra, a prendersi cura di essa, e seminarvi la parola di santità.
Il seme infatti di cui egli parla, è la sua dottrina; il campo, è l’anima dell’uomo; il seminatore, lui in persona” Così introduce san Giovanni Crisostomo la parabola del seminatore.
Ci dice che il Signore semina in noi, nella nostra interiorità e si è fatto carne non per venire a sradicare il male ma per farci dono di un seme di speranza che fa germogliare in noi la sua vita divina. Purtroppo, però c’è un rapporto di libertà fra il Signore e la nostra anima.
Dio è Padre ma non è padrone, non ci possiede, perciò il terreno deve essere lavorato. Infatti, continua il Crisostomo: “E se la trasformazione non si realizza, la colpa non è del seminatore, bensì di coloro che non hanno voluto lasciarsi trasformare.
Il seminatore ha fatto il suo lavoro. Se il suo seme è stato sprecato, l’autore di un così grande beneficio non ne è responsabile. Notate bene che ci sono parecchi modi di perdere il seme”.
Possiamo dire che noi siamo la terra che Dio è venuto a seminare, ma ci mette in guardia, da diversi modi di perdere il buon seme. Quindi cogliamo che scopo della parabola è renderci vigilanti.
Nessuno di noi vuole perdere la bellezza che Dio vuole donargli, eppure se non siamo “svegli”, il fallimento è garantito. Non basta varcare la soglia della Chiesa o partecipare alle celebrazioni per pensare di avere automaticamente una vita spirituale sana.
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La fede non cresce in un contesto superficiale, per semplice presenza o in mezzo a contesti soffocanti. Non c’è vera sanità interiore senza un cammino, senza quell’ascesi quotidiana che prepara il terreno del cuore, lo libera, lo rende capace di accogliere la grazia.
Senza questo lavoro silenzioso, anche la pratica più devota rischia di restare in superficie. Alcune volte nella nostra vita serve vangare il terreno.
E pur vero però che nel paesaggio palestinese l’arte del seminare segue una logica diversa dalla nostra: prima si getta il seme, poi si ara. È un gesto che sembra quasi sprovveduto, e invece è profondamente fiducioso.
Così diventa naturale che parte del seme cada tra le pietre, parte lungo il sentiero, parte tra i rovi. Il seminatore lo sa, eppure non trattiene la mano: affida comunque il seme alla terra, certo che almeno un frammento di suolo buono, da qualche parte, lo accoglierà.
Dio è magnanimo, a noi preparare il terreno della nostra vita. Infatti quanti ricevono il seme della Parola ma non ne comprendono l’importanza, il maligno passa e porta tutto via.
Così come ci sono gli incostanti, quelli che non si vogliono impegnare, perciò alla prima tribolazione mollano e se c’è una persecuzione si dileguano, perché sono senza radici e non sanno sostenere la vita, non si radicano ma lasciano sempre la porta aperta per scappare.
O quanti sono fra i rovi, costantemente sedotti dal mondo e dalle sue lusinghe, così che la Parola viene soffocata da superficialità. E poi c’è il terreno buono, che produce al trenta, al sessanta o al cento.
La parabola nasce in un’ora fragile della vita di Gesù, quando tutto sembrava andare nella direzione opposta rispetto al Regno che annunciava. In quel clima di smarrimento affiora la domanda che attraversa anche noi: perché il male appare così forte, mentre il bene sembra sempre così lento, così fragile, così piccolo?
La parabola suggerisce una lettura: non è il seme ad essere debole, ma il terreno a volte non è pronto ad accoglierlo. Eppure, il cuore del messaggio non è semplicemente un esame di coscienza sul nostro terreno interiore.
È come se Gesù dicesse ai discepoli -e a noi- che il compito della nostra missione non è garantire il raccolto, ma continuare a gettare il seme con fiducia, certi che da qualche parte, magari dove meno ce lo aspettiamo, c’è una zolla di terra buona pronta a fiorire.
Ci viene chiesto di vivere con la grazia e la libertà del seminatore. E tante volte possiamo essere noi stessi proprio il seme, quando diventiamo parola viva che si radica in tutti i terreni della vita: famiglia, scuola, lavoro, parrocchia, comunità.di oggi, guarda, fragili, spesso i passi fragili, anche incerti. E invece di giudicare la nostra misura, benedice la nostra piccolezza.
