Umili per abitare il mondo in veritร
La prima lettura (Sir 3,17-18.20.28-29) contiene un messaggio sullโumiltร quale attitudine umana gradita a Dio e che rende amabile colui che la vive. Ad essa viene contrapposto lโorgoglio colto come malattia incurabile (โnon cโรจ rimedioโ: Sir 3,28). Il testo del Siracide suggerisce di trovare un pendant nella pagina evangelica (Lc 14,1.7-14) negli atteggiamenti antitetici di chi, invitato a pranzo, si va a mettere allโultimo posto e di chi invece, sceglie il primo posto. Allโumiliazione di colui che con supponenza si era messo nei primi posti ma ne viene allontanato da chi lโha invitato, corrisponde lโumiltร di colui che aveva occupato gli ultimi posti e che viene fatto avvicinare dallโanfitrione.
Quando esorta il discepolo a comportarsi con mitezza (en praวteti) perchรฉ cosรฌ sarร amato (Sir 3,17), il sapiente non fa che constatare una veritร che emerge dallโesperienza: normalmente gli umani apprezzano chi si comporta con umiltร e modestia mentre aborriscono superbi e arroganti. La persona umile lascia spazio allโaltro, pone limiti a sรฉ e cosรฌ si apre allโincontro, anzi, invita lโaltro allโincontro con gentilezza. Troppo pieno di sรฉ, saturo del proprio io e invaghito della propria superioritร , il superbo dichiara il suo non-bisogno di altri e cosรฌ gli altri si distanziano da lui e lo sentono come non-amabile. Il comportamento mite incontra poi anche il compiacimento di Dio. La coppia โmitezza-umiltร โ qui riferita al singolo, la troviamo applicata collettivamente al resto dโIsraele in Sof 3,12: โLascerรฒ in mezzo a te un popolo mite e umile (praวn kaรฌ tapeinรฒn)โ e la ritroviamo nel vangelo a caratterizzare Gesรน stesso. Anzi, in modo eccezionale nei vangeli, รจ Gesรน stesso che si autodefinisce โmite e umileโ (praวs eimi kaรฌ tapeinรฒs tรช kardรญa:Mt 11,29).
Chiediamoci: perchรฉ lโumiltร incontra il favore di Dio? Perchรฉ situa lโessere umano nella veritร del suo rapporto con Dio facendolo vivere del dono divino. Tutto ciรฒ che una persona รจ e ha รจ dono di Dio sicchรฉ possiamo cogliere lโumiltร come la perseverante memoria del dono di Dio, cioรจ, della realtร che fonda la vita di fede. Lโumiltร รจ coessenziale alla fede, anzi, la fede รจ interamente umiltร . Il superbo รจ lโateo per eccellenza perchรฉ ha il proprio io come dio. Di piรน. Da un lato, lโumiltร non ha nulla a che vedere con lโatteggiamento posticcio di chi si mostra da meno di quel che รจ, dallโaltro, essa non impedisce allโuomo di essere grande, di avere talenti e capacitร che lo distinguono ma, ponendolo nella veritร davanti a se stesso, agli altri e a Dio, lo porta a riconoscere tutto come dono, non come merito proprio. Per questo il sapiente esorta: โQuanto piรน sei grande, tanto piรน fatti umileโ (Sir 3,18).
โUmiltร โ รจ termine che deriva daย humilitas, che ha a che fare con la bassezza della terra (humus): essa ricorda allโuomo la sua dimensione creaturale e lo colloca come creatura davanti al Creatore e come uomo (homo) accanto ad altri uomini. Scrive Agostino: โO uomo, riconosci di essere uomo; tutta la tua umiltร consista nel conoscertiโ. In questo senso, umiltร รจ autenticitร e giusta coscienza di sรฉ. Se lโumile si situa come uomo con e accanto agli altri uomini, il superbo invece si pone sopra agli altri. O, per riprendere le immagini del vangelo, โdavantiโ e โprimaโ degli altri. Il termine greco che designa il superbo รจย yperรฉphanosย (Sir 3,28), formato dal prefissoย ypรฉrย (sopra) e il verboย phaรญnoย che significa โapparireโ, โmostrareโ, ma anche โsplendereโ, โrifulgereโ. Il bisogno di visibilitร , di essere riconosciuto negli attributi di grandezza e superioritร che per lui sono vitali รจ la patologia senza rimedio (ouk รฉstin รญasis: Sir 3,28) del superbo.
Questa lettura dellโorgoglio come โpatologiaโ sembra raggiungere quanto ha scritto lo psichiatra Ludwig Binswanger a proposito dellโโesaltazione fissataโ che egli intende come โuna forma di sproporzione antropologicaโ: โLโesistenza umana, che non solo si progetta in una dimensione orizzontale, nel senso dellโampiezza, ma che procede,ย saleย verso lโalto, รจ sempre minacciata dalla possibilitร diย smarrirsiย in questa ascesa, di perdersi in forme diย esaltazione fissataย […] Lโesaltazione fissata comporta che lโesistenza salgaย troppo in alto, piรน di quanto sia consentito dalla sua ampiezza, piรน di quanto le consenta il suo orizzonte di esperienza e di comprensione; in altre parole, che il rapporto tra lโampiezza e lโaltezza non sia piรน proporzionatoโ. Proiettandosi piรน in alto degli altri, lโessere umano intende dominare e appropriarsi di ciรฒ e di chi sta piรน in basso.
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In questo modo, il superbo si distacca dagli altri e dalla realtร stessa. Per questo, Ben Sira consiglia al discepolo: โNon cercare cose troppo difficili per te (la traduzione latina parla di cose โtroppo alteโ) e non scrutare cose troppo grandi per te (โcose che superano le tue forzeโ)โ (Sir 3,21) e gli ricorda che lโuomo sapiente desidera โun orecchio attentoโ. Cioรจ, un orecchio che sa ascoltare la realtร e che porta lโuomo ad aderire alla realtร riconoscendo in essa una parabola (โil cuore sapiente medita la parabolaโ: Sir 3,29), ovvero, cogliendola nella sua dimensione simbolica, come rinvio al Dio creatore e signore. Con il rimando al cuore che medita la parabola e allโorecchio attento al reale (Sir 3,29), il sapiente ragguaglia i discepoli โsul desiderio primordiale che devono avere se vogliono diventare saggi: devono desiderare di diventare umili discepoli del reale, cuori che meditano tutti gli aspetti della creazione per cogliere il messaggio del creatore che รจ un messaggio dโamoreโ (Marc-Franรงois Lacan).
Il vangelo presenta Gesรน che, invitato a mangiare a casa di un eminente fariseo, viene spiato (Lc 14,1). Spesso Gesรน รจ oggetto di uno sguardo indagatore malevolo che cerca di โcoglierlo in falloโ, ovvero in contraddizione con la precettisca sul sabato o con altre tradizioni (cf. Lc 6,7; Lc 20,20). A questo sguardo che cerca occasioni per giudicare e condannare, Gesรน oppone uno sguardo che accoglie e corregge. ร infatti โnotandoโ (vb. epรฉcho; cf. At 3,5 dove significa โguardareโ, โtenere lo sguardo fisso suโ) come gli invitati โsceglievano i primi postiโ (Lc 14,7) che Gesรน pronuncia una โparabolaโ che riguarda prima gli invitati (14,8-11) e poi colui che invita (14,12-14). Si tratta di una sorta di parabola in contesto. In diretta, potremmo dire. Non cโรจ distanza tra lโevento e la narrazione. Invitato a tavola, Gesรน parla di come comportarsi da parte dellโinvitato e da parte di chi invita. Questa parabola non รจ unโaltra storia che parla di pescatori o contadini o pastori o massaie, ma parla di ciรฒ che si sta vivendo in quello stesso momento. Come nelle parabole tuttavia, anche qui le parole di Gesรน sono abitate dal paradosso, sono rinvio alla dimensione teologica e mirano alla trasformazione dellโascoltatore. Il paradosso รจ la logica che abita le parabole: il piccolissimo grano di senape diviene un grande albero (Mt 13,31-32); un pastore va in cerca di una sola pecora smarrita e lascia le altre novantanove rischiando di perdere pure quelle (Lc 15,4-7); il padrone della vigna dร lo stesso salario a chi ha lavorato unโintera giornata e a chi ha lavorato unโora sola (Mt 20,1-16). La logica del paradosso disorienta per ri-orientare. E non รจ forse paradossale lโesortazione a non invitare a pranzo amici, famigliari e conoscenti a favore di perfetti estranei? Chi di noi si comporta cosรฌ? Ma questa logica che contrasta con il buon senso e con lโattitudine normale delle persone non mira a cambiare lโetichetta dei ricevimenti bensรฌ a dire lโazione di Dio. E i riferimenti teologici ed escatologici si fanno sempre piรน espliciti nelle parole che costituiscono lโinsieme della โparabolaโ (Lc 14,7-24). Dallโespressione secondo cui gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi (v. 11) al riferimento alla resurrezione dei giusti (v. 14) e infine al Regno di Dio (v. 15), il discorso passa dal banchetto in casa del fariseo (trasmutato in โbanchetto di nozzeโ nel linguaggio parabolico di Gesรน: v. 8) al banchetto escatologico preparato da Dio per lโumanitร e che viene accolto da poveri ed emarginati mentre lascia indifferenti i primi chiamati (vv. 15-24). Infine la parabola di Gesรน mira alla trasformazione della prassi del lettore-ascoltatore rivelandogli lโagire di Dio: egli scopre di poter guardare altrimenti il mondo e di potervi intervenire per modificarne le logiche. Scopre di potervi inserire la logica paradossale del vangelo.
Collocando queste parole nel contesto di un banchetto Gesรน indica la valenza simbolica di quellโatto e, accanto ad esso, di ogni gesto umano. E Gesรน avverte che invitare puรฒ essere il modo di costruire una rete di potere e di creare un debito: lโinvito come ricatto, come instaurazione di do ut des. Quanto agli invitati, essi vengono situati tra lโonore (v. 10) e la vergogna (v. 9). E se lโonore unisce in sรฉ la coscienza che una persona ha del proprio valore e la considerazione positiva del suo gruppo sociale, la vergogna distrugge entrambe queste connotazioni positive inducendo la persona a sparire avendo perso la faccia: nella vergogna รจ il senso del sรฉ della persona che viene annichilito. Al di lร dunque dei posti nel banchetto, qui viene intravisto il posto dellโuomo nel mondo. E lโumiltร รจ la via da seguire per abitarlo in veritร .
Per gentile concessione del Monastero di Bose.
