Luciano Manicardi – Commento al Vangelo di domenica 31 Agosto 2025

Domenica 31 Agosto 2025 - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Lc 14,1.7-14

Data:

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Umili per abitare il mondo in veritร 

La prima lettura (Sir 3,17-18.20.28-29) contiene un messaggio sullโ€™umiltร  quale attitudine umana gradita a Dio e che rende amabile colui che la vive. Ad essa viene contrapposto lโ€™orgoglio colto come malattia incurabile (โ€œnon cโ€™รจ rimedioโ€: Sir 3,28). Il testo del Siracide suggerisce di trovare un pendant nella pagina evangelica (Lc 14,1.7-14) negli atteggiamenti antitetici di chi, invitato a pranzo, si va a mettere allโ€™ultimo posto e di chi invece, sceglie il primo posto. Allโ€™umiliazione di colui che con supponenza si era messo nei primi posti ma ne viene allontanato da chi lโ€™ha invitato, corrisponde lโ€™umiltร  di colui che aveva occupato gli ultimi posti e che viene fatto avvicinare dallโ€™anfitrione.

Quando esorta il discepolo a comportarsi con mitezza (en praว˜teti) perchรฉ cosรฌ sarร  amato (Sir 3,17), il sapiente non fa che constatare una veritร  che emerge dallโ€™esperienza: normalmente gli umani apprezzano chi si comporta con umiltร  e modestia mentre aborriscono superbi e arroganti. La persona umile lascia spazio allโ€™altro, pone limiti a sรฉ e cosรฌ si apre allโ€™incontro, anzi, invita lโ€™altro allโ€™incontro con gentilezza. Troppo pieno di sรฉ, saturo del proprio io e invaghito della propria superioritร , il superbo dichiara il suo non-bisogno di altri e cosรฌ gli altri si distanziano da lui e lo sentono come non-amabile. Il comportamento mite incontra poi anche il compiacimento di Dio. La coppia โ€œmitezza-umiltร โ€ qui riferita al singolo, la troviamo applicata collettivamente al resto dโ€™Israele in Sof 3,12: โ€œLascerรฒ in mezzo a te un popolo mite e umile (praวœn kaรฌ tapeinรฒn)โ€ e la ritroviamo nel vangelo a caratterizzare Gesรน stesso. Anzi, in modo eccezionale nei vangeli, รจ Gesรน stesso che si autodefinisce โ€œmite e umileโ€ (praว˜s eimi kaรฌ tapeinรฒs tรช kardรญa:Mt 11,29).

Chiediamoci: perchรฉ lโ€™umiltร  incontra il favore di Dio? Perchรฉ situa lโ€™essere umano nella veritร  del suo rapporto con Dio facendolo vivere del dono divino. Tutto ciรฒ che una persona รจ e ha รจ dono di Dio sicchรฉ possiamo cogliere lโ€™umiltร  come la perseverante memoria del dono di Dio, cioรจ, della realtร  che fonda la vita di fede. Lโ€™umiltร  รจ coessenziale alla fede, anzi, la fede รจ interamente umiltร . Il superbo รจ lโ€™ateo per eccellenza perchรฉ ha il proprio io come dio. Di piรน. Da un lato, lโ€™umiltร  non ha nulla a che vedere con lโ€™atteggiamento posticcio di chi si mostra da meno di quel che รจ, dallโ€™altro, essa non impedisce allโ€™uomo di essere grande, di avere talenti e capacitร  che lo distinguono ma, ponendolo nella veritร  davanti a se stesso, agli altri e a Dio, lo porta a riconoscere tutto come dono, non come merito proprio. Per questo il sapiente esorta: โ€œQuanto piรน sei grande, tanto piรน fatti umileโ€ (Sir 3,18).

โ€œUmiltร โ€ รจ termine che deriva daย humilitas, che ha a che fare con la bassezza della terra (humus): essa ricorda allโ€™uomo la sua dimensione creaturale e lo colloca come creatura davanti al Creatore e come uomo (homo) accanto ad altri uomini. Scrive Agostino: โ€œO uomo, riconosci di essere uomo; tutta la tua umiltร  consista nel conoscertiโ€. In questo senso, umiltร  รจ autenticitร  e giusta coscienza di sรฉ. Se lโ€™umile si situa come uomo con e accanto agli altri uomini, il superbo invece si pone sopra agli altri. O, per riprendere le immagini del vangelo, โ€œdavantiโ€ e โ€œprimaโ€ degli altri. Il termine greco che designa il superbo รจย yperรฉphanosย (Sir 3,28), formato dal prefissoย ypรฉrย (sopra) e il verboย phaรญnoย che significa โ€œapparireโ€, โ€œmostrareโ€, ma anche โ€œsplendereโ€, โ€œrifulgereโ€. Il bisogno di visibilitร , di essere riconosciuto negli attributi di grandezza e superioritร  che per lui sono vitali รจ la patologia senza rimedio (ouk รฉstin รญasis: Sir 3,28) del superbo.

Questa lettura dellโ€™orgoglio come โ€œpatologiaโ€ sembra raggiungere quanto ha scritto lo psichiatra Ludwig Binswanger a proposito dellโ€™โ€œesaltazione fissataโ€ che egli intende come โ€œuna forma di sproporzione antropologicaโ€: โ€œLโ€™esistenza umana, che non solo si progetta in una dimensione orizzontale, nel senso dellโ€™ampiezza, ma che procede,ย saleย verso lโ€™alto, รจ sempre minacciata dalla possibilitร  diย smarrirsiย in questa ascesa, di perdersi in forme diย esaltazione fissataย […] Lโ€™esaltazione fissata comporta che lโ€™esistenza salgaย troppo in alto, piรน di quanto sia consentito dalla sua ampiezza, piรน di quanto le consenta il suo orizzonte di esperienza e di comprensione; in altre parole, che il rapporto tra lโ€™ampiezza e lโ€™altezza non sia piรน proporzionatoโ€. Proiettandosi piรน in alto degli altri, lโ€™essere umano intende dominare e appropriarsi di ciรฒ e di chi sta piรน in basso.

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In questo modo, il superbo si distacca dagli altri e dalla realtร  stessa. Per questo, Ben Sira consiglia al discepolo: โ€œNon cercare cose troppo difficili per te (la traduzione latina parla di cose โ€œtroppo alteโ€) e non scrutare cose troppo grandi per te (โ€œcose che superano le tue forzeโ€)โ€ (Sir 3,21) e gli ricorda che lโ€™uomo sapiente desidera โ€œun orecchio attentoโ€. Cioรจ, un orecchio che sa ascoltare la realtร  e che porta lโ€™uomo ad aderire alla realtร  riconoscendo in essa una parabola (โ€œil cuore sapiente medita la parabolaโ€: Sir 3,29), ovvero, cogliendola nella sua dimensione simbolica, come rinvio al Dio creatore e signore. Con il rimando al cuore che medita la parabola e allโ€™orecchio attento al reale (Sir 3,29), il sapiente ragguaglia i discepoli โ€œsul desiderio primordiale che devono avere se vogliono diventare saggi: devono desiderare di diventare umili discepoli del reale, cuori che meditano tutti gli aspetti della creazione per cogliere il messaggio del creatore che รจ un messaggio dโ€™amoreโ€ (Marc-Franรงois Lacan).

Il vangelo presenta Gesรน che, invitato a mangiare a casa di un eminente fariseo, viene spiato (Lc 14,1). Spesso Gesรน รจ oggetto di uno sguardo indagatore malevolo che cerca di โ€œcoglierlo in falloโ€, ovvero in contraddizione con la precettisca sul sabato o con altre tradizioni (cf. Lc 6,7; Lc 20,20). A questo sguardo che cerca occasioni per giudicare e condannare, Gesรน oppone uno sguardo che accoglie e corregge. รˆ infatti โ€œnotandoโ€ (vb. epรฉcho; cf. At 3,5 dove significa โ€œguardareโ€, โ€œtenere lo sguardo fisso suโ€) come gli invitati โ€œsceglievano i primi postiโ€ (Lc 14,7) che Gesรน pronuncia una โ€œparabolaโ€ che riguarda prima gli invitati (14,8-11) e poi colui che invita (14,12-14). Si tratta di una sorta di parabola in contestoIn diretta, potremmo dire. Non cโ€™รจ distanza tra lโ€™evento e la narrazione. Invitato a tavola, Gesรน parla di come comportarsi da parte dellโ€™invitato e da parte di chi invita. Questa parabola non รจ unโ€™altra storia che parla di pescatori o contadini o pastori o massaie, ma parla di ciรฒ che si sta vivendo in quello stesso momento. Come nelle parabole tuttavia, anche qui le parole di Gesรน sono abitate dal paradosso, sono rinvio alla dimensione teologica e mirano alla trasformazione dellโ€™ascoltatore. Il paradosso รจ la logica che abita le parabole: il piccolissimo grano di senape diviene un grande albero (Mt 13,31-32); un pastore va in cerca di una sola pecora smarrita e lascia le altre novantanove rischiando di perdere pure quelle (Lc 15,4-7); il padrone della vigna dร  lo stesso salario a chi ha lavorato unโ€™intera giornata e a chi ha lavorato unโ€™ora sola (Mt 20,1-16). La logica del paradosso disorienta per ri-orientare. E non รจ forse paradossale lโ€™esortazione a non invitare a pranzo amici, famigliari e conoscenti a favore di perfetti estranei? Chi di noi si comporta cosรฌ? Ma questa logica che contrasta con il buon senso e con lโ€™attitudine normale delle persone non mira a cambiare lโ€™etichetta dei ricevimenti bensรฌ a dire lโ€™azione di Dio. E i riferimenti teologici ed escatologici si fanno sempre piรน espliciti nelle parole che costituiscono lโ€™insieme della โ€œparabolaโ€ (Lc 14,7-24). Dallโ€™espressione secondo cui gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi (v. 11) al riferimento alla resurrezione dei giusti (v. 14) e infine al Regno di Dio (v. 15), il discorso passa dal banchetto in casa del fariseo (trasmutato in โ€œbanchetto di nozzeโ€ nel linguaggio parabolico di Gesรน: v. 8) al banchetto escatologico preparato da Dio per lโ€™umanitร  e che viene accolto da poveri ed emarginati mentre lascia indifferenti i primi chiamati (vv. 15-24). Infine la parabola di Gesรน mira alla trasformazione della prassi del lettore-ascoltatore rivelandogli lโ€™agire di Dio: egli scopre di poter guardare altrimenti il mondo e di potervi intervenire per modificarne le logiche. Scopre di potervi inserire la logica paradossale del vangelo.

Collocando queste parole nel contesto di un banchetto Gesรน indica la valenza simbolica di quellโ€™atto e, accanto ad esso, di ogni gesto umano. E Gesรน avverte che invitare puรฒ essere il modo di costruire una rete di potere e di creare un debito: lโ€™invito come ricatto, come instaurazione di do ut des. Quanto agli invitati, essi vengono situati tra lโ€™onore (v. 10) e la vergogna (v. 9). E se lโ€™onore unisce in sรฉ la coscienza che una persona ha del proprio valore e la considerazione positiva del suo gruppo sociale, la vergogna distrugge entrambe queste connotazioni positive inducendo la persona a sparire avendo perso la faccia: nella vergogna รจ il senso del sรฉ della persona che viene annichilito. Al di lร  dunque dei posti nel banchetto, qui viene intravisto il posto dellโ€™uomo nel mondo. E lโ€™umiltร  รจ la via da seguire per abitarlo in veritร .

Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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