Luciano Manicardi – Commento al Vangelo di domenica 26 ottobre 2025

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Preghiera e autenticitร 

Preghiera e autenticitร : questo il rapporto posto in luce dal brano dellโ€™Antico Testamento e dal vangelo. Il Signore gradisce la preghiera del povero e dellโ€™oppresso (Sir 35,15b-17.20-22a) e accoglie la preghiera del pubblicano che si proclama peccatore davanti a lui (Lc 18,9-14). Vi รจ una fiducia in se stessi, un credersi giusti, che rende non accetta la preghiera del fariseo al tempio (cf. Lc 18,14), cosรฌ come vi รจ la possibilitร  di un culto che รจ solo una farsa, una burla, anzi, un atto criminale, perchรฉ commisto a ingiustizia ed empietร  (cf. Sir 34,23-24; 35,14-15). Nella preghiera si riflette e si svela lโ€™autenticitร  o la falsitร  di ciรฒ che si vive e delle persone che siamo.

Il brano del Siracide si situa nel contesto di una riflessione sul culto. รˆ pertanto necessaria una contestualizzazione del brano liturgico per meglio comprenderlo e per tentarne unโ€™interpretazione. Sir 34,21-27 afferma che vi รจ un culto, dunque una preghiera pubblica, una liturgia, autentica, ma anche una menzognera. Una pratica cultuale abbinata a pratiche quotidiane di ingiustizia e di empietร , di sfruttamento del lavoratore e di sottrazione di cibo al povero, risulta essere โ€œunโ€™offerta da schernoโ€ (Sir 34,21) per Dio, unโ€™aperta irrisione di Dio stesso, o anche, secondo una lezione attestata, โ€œunโ€™offerta corrottaโ€ (cf. la versione Vulgata:ย oblatio est maculata).

Lโ€™autore sapienziale riprende le critiche profetiche al culto pubblico (Am 5,21-27; Is 1,11-17) e afferma che lโ€™atto cultuale puรฒ divenire un atto criminale, un omicidio: Sir 34,24-27. Anzi, un omicidio della peggior specie: โ€œUccide un figlio davanti a suo padre chi offre un sacrificio con i beni dei poveriโ€ (Sir 34,24; cf. 2Re 25,7). Lโ€™autore critica poi una concezione quantitativa del culto, come se lโ€™esaudimento fosse connesso al numero delle vittime offerte in sacrificio (โ€œLโ€™Altissimo non perdona i peccati secondo il numero delle vittimeโ€: Sir 35,23). Non รจ la moltiplicazione degli atti cultuali, delle pratiche rituali, della partecipazione ad atti sacramentali che produce il vero fine della vita di fede, ovvero la conversione del cuore. Anzi, proprio lโ€™azione cultuale, sposata al reiterarsi del peccato, diviene la migliore complice del peccato stesso.

Su questo sfondo si comprende perchรฉ il brano liturgico odierno inizi con lโ€™affermazione che โ€œil Signore รจ giudiceโ€ (Sir 35,15b), immediatamente preceduta dallโ€™esortazione: โ€œnon corrompere [il Signore] con doni e a non confidare in sacrifici ingiustiโ€ (Sir 35,14-15). Lโ€™azione cultuale รจ anche esposizione al Dio giudice. Ed รจ, per chi partecipa al culto, occasione di fare veritร  in se stesso davanti a Dio. Esattamente come fa il pubblicano della parabola lucana, che dice in veritร  se stesso davanti a Dio e, annota lโ€™evangelista, โ€œtornรฒ a casa suaย giustificatoโ€ (Lc 18,14).

Per la Bibbia poi, lโ€™immagine del Dio giudice rinvia direttamente alla sua sofferenza di fronte allโ€™ingiustizia commessa, alla sua con-sofferenza di fronte alla vittima e alla sua sofferenza di fronte al fallimento dellโ€™uomo che ha commesso il male. Quando la Bibbia dice che โ€œDio รจ giudice giustoโ€ e aggiunge immediatamente che โ€œogni giorno si accende la sua iraโ€ (Sal 7,12), non ci presenta un Dio mosso da arbitrio e capriccio, ma toccato nel profondo e sconvolto dal male che il fratello perpetra nei confronti del fratello. Lโ€™affermazione biblica dellโ€™ira di Dio dice che Dio non รจ indifferente al male e che il grande male รจ lโ€™indifferenza al male, รจ lโ€™abitudine al male fino a non vederlo, a non denunciarlo, a non combatterlo e dunque a farsene complici. La vita รจ il luogo che manifesta lโ€™autenticitร  della preghiera. Tantโ€™รจ vero che Siracide afferma che la preghiera che Dio accoglie รจ quella del povero, dellโ€™oppresso, dellโ€™orfano, della vedova (Sir 35,16-17), insomma di tutti i miseri, gli indifesi che sono in balia di chiunque voglia approfittare di loro.

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Cosรฌ come รจ gradita e accetta a Dio la preghiera di chi soccorre la vedova (Sir 35,20, almeno stando alla traduzione della CEI dellโ€™oscuro testo del versetto 20), ovvero, di chi riconosce il povero e lโ€™orfano, la vedova e lโ€™oppresso come fratelli e sorelle e cosรฌ confessa in veritร  il Dio padre di tutti andando in loro aiuto. Queste preghiere ascoltate da Dio non si svolgono in un luogo sacro, non seguono rituali codificati, non obbediscono a schemi prestabiliti e gerarchizzati, ma fanno tuttโ€™uno con la vita. Sono vita. Cosรฌ come sono autentica espressione di preghiera le โ€œlacrimeโ€ e il โ€œgrido controโ€, di cui parlano i versetti 19-20 (il cui testo non รจ chiaro) non compresi nella pericope liturgica. Le lacrime sono preghiera potente sia nella tradizione ebraica che in quella cristiana.

Linguaggio non verbale, esse uniscono corpo e anima, interioritร  ed esterioritร , e con il loro carattere tremulo e trasparente, rappresentano la delicata materialitร  e lโ€™esile visibilitร  dellโ€™anima. Il pianto sincero davanti a Dio, assimilabile alla preghiera a capo chino del pubblicano che riconosce la propria non edificante situazione, รจ un atto di coraggiosa resa: non ci si nasconde piรน dietro a maschere che gratificano il nostro ego diffondendo unโ€™immagine di noi stessi che incontra lโ€™approvazione altrui, e si riconosce la propria realtร , per deludente che essa sia o (ci) possa sembrare. E la preghiera che sgorga dalla vita a volte รจ anche un โ€œgrido controโ€ (Sir 35,19): perchรฉ nella storia vi sono vittime e carnefici, e senza carnefici non ci sarebbero vittime. Cosรฌ la preghiera, quando non vuole ridursi a un ovattato e ipocrita interclassismo che tutto livella ed equiparaย pro bono pacis, diviene anche grido profetico che, in ultima istanza, invoca: โ€œVenga il tuo Regno!โ€.

Il brano evangelico รจ costituito da una parabola che Gesรน rivolge espressamente ad โ€œalcuniโ€ che โ€œerano sicuri di essere giusti e disprezzavano gli altriโ€ (Lc 18,9). Il prosieguo della parabola come i riferimenti ai farisei come โ€œquelli che si ritengono giusti davanti agli uominiโ€ (Lc 16,15), induce a identificare i destinatari della parabola nei farisei, tuttavia, lโ€™indefinito โ€œalcuniโ€, il fatto che tra gli ascoltatori di Gesรน ci fossero certamente anche i discepoli, e soprattutto il tipo di disfunzionamento religioso smascherato, suggerisce di estendere i destinatari del messaggio a tutti, e anzitutto ai lettori cristiani della parabola. La parabola dice infatti che รจ possibile pregare accanto, ma non insieme. E lโ€™esperienza ci dice che anche in un coro monastico o in una comunitร  religiosa si puรฒ rispettare lโ€™unitร  di tempo e di luogo della preghiera, ma fallire completamente lโ€™unitร  di cuore. E arrivare a non sopportare la vicinanza fisica di tale fratello o tale sorella per non rischiare di dover perfino scambiare il temutissimo segno della pace durante lโ€™eucaristia.

La parabola inizia annotando che la situazione di partenza dei due personaggi รจ di uguaglianza: โ€œDue uominiย salirono al tempioโ€ (v. 10). Il momento religioso diviene momento di esclusione. I due hanno una collocazione sociale profondamente differente: uno รจ un fariseo, lโ€™altro un esattore delle tasse. Ma la preghiera al tempio (poco importa che si trattasse di una preghiera pubblica o privata) non crea comunione, ma fa esplodere la distanza. Il fariseo prega istituendo un paragone con il pubblicano in nome della buona e certissima coscienza di essere nel giusto. Ma una convinzione di sรฉ che si basi sul confronto con altri รจ minata in radice. Nel fariseo si riflette forse lโ€™idea di superioritร  che deriva dallโ€™appartenenza a una classe sociale e a uno strato della popolazione superiore rispetto al pubblicano.

La preghiera al tempio, nello stesso luogo, lโ€™uno accanto allโ€™altro, non produce lโ€™esito di una comunione. Il fariseo traspone sul piano della sua preghiera, una vera โ€œpreghiera dellโ€™esclusioneโ€ (Josรฉ Tolentino), la propria convinzione di superioritร  sociale, morale e, ovviamente, anche religiosa. รˆ come se fosse โ€œla vita a determinare la loro coscienza e non la loro coscienza a determinarne la vita โ€ฆ Il tempio, luogo pubblico, per la sua funzione sociale, puรฒ anche rafforzare gli individui nel loro ruolo e investirli di uno statuto che incida sulla loro identitร  e pure sulla loro coscienzaโ€ (Franรงois Bovon).

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Prima ancora che le parole che pronunciano nella preghiera รจ il loro linguaggio corporeo che parla: il fariseo, per cui la preghiera โ€œera unโ€™attivitร  quasi di routineโ€ (John Stanley Glen) occupa un posto davanti e prega ritto in piedi; il pubblicano โ€“ certamente meno avvezzo a preghiere al tempio โ€“, si ferma a distanza, non osa alzare gli occhi al cielo, si mostra impacciato e intimidito. Si batte il petto, compiendo un gesto spesso riferito a situazioni di disperazione come di fronte a un lutto (Lc 8,52; 23,27.48). E forse proprio questo รจ il senso del gesto: tanto che accompagna lโ€™invocazione โ€œSii riconciliato con meโ€ (ilรกsthetรญ moi: v. 13; non abbiamoย elรฉesรณn me, โ€œabbi pietร  di meโ€: Lc 18,38-39), che indica la fine di una condanna, il ristabilimento di una relazione, la rinascita da una morte. Lโ€™effetto trasformativo della preghiera al tempio si manifesta nel pubblicano che ha saputo porsi in veritร  e autenticitร  davanti a Dio. Da colui che era persuaso di essere giusto (v. 9) si passa cosรฌ a colui che viene dichiarato giusto da Dio (v. 14).

Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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