San Giuseppe porta Gesù al Tempio e, ancora una volta, lo consegna. Il Figlio di Dio passa di mano in mano, affidato a uomini giusti e silenziosi: prima alle braccia di Giuseppe, poi a quelle di Simeone.
Gesù non parla, Giuseppe non parla, ma la vita si dice da sola nel gesto di chi accoglie e di chi offre. Giuseppe non trattiene il Figlio, non lo possiede, lo affida alla promessa di Dio, accettando che non gli appartenga.
Simeone lo stringe al petto dopo aver atteso tutta una vita, perché la promessa non si compie secondo l’urgenza degli uomini ma nel tempo di Dio, che è lento, fedele e mai in ritardo. Ha aspettato fino alla fine dei suoi giorni, e proprio per questo può dire: “Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace”, perché chi ha visto compiersi la promessa non ha più nulla da trattenere.
Essere padri, come essere credenti, non significa accelerare i tempi, ma restare, custodire, attendere con fiducia che la vita fiorisca secondo le logiche di Dio. In questo gesto silenzioso Giuseppe e Simeone ci insegnano che l’amore vero sa tenere e sa lasciare, e che la luce promessa da Dio passa attraverso mani pazienti e cuori capaci di sperare fino in fondo.
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