Giovani di Parola – Commento al Vangelo del 23 Febbraio 2026

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La cosa che lascia a bocca aperta sia i “buoni” che i “cattivi” nel racconto è la stessa: Signore quando ti abbiamo visto? Nessuno si era accorto che Gesù fosse lì. Spesso cerchiamo Dio nelle nuvole, nelle preghiere perfette o nelle grandi emozioni, ma Gesù qui ci dice che si è “infiltrato” nel mondo sotto mentite spoglie. È nel compagno di classe preso in giro, nel collega al lavoro che è diffidente, nello straniero che guardiamo con sospetto, in chi è solo.

Dio non è “altrove”, è tra i banchi di scuola, al lavoro, sui marciapiedi e ovunque. La realtà è che quelli che vengono allontanati non sono condannati perché hanno fatto del male, ma perché non hanno fatto il bene. È facile sentirsi bene dicendo: “Io non faccio niente di male”, ma il Vangelo ci sfida sull’indifferenza. Gesù ci invita a riflettere su una domanda fondamentale: non “Cosa hai fatto di male?”, ma “Per chi sei stato bene?”.

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L’indifferenza è il contrario dell’amore. Non basta non essere cattivi, bisogna essere attivi. Gesù non fa un esame di teologia o di quante messe abbiamo frequentato, l’esame finale è su sei verbi molto concreti: dare da mangiare, dare da bere, accogliere, vestire, visitare, andare a trovare. La fede non è un’idea astratta, è presenza, si gioca su come usiamo le nostre mani e il nostro tempo.

Gesù ci dice che l’eternità si decide qui e ora, nel modo in cui trattiamo chi ci sta accanto. Non serve fare cose straordinarie per essere Santi o grandi; basta accorgersi di chi ci sta accanto e non girarsi dall’altra parte.

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