Siamo abituati a pensare che il Vangelo debba sempre finire bene. Che Gesù, alla fine, sistemi tutto. Che la guarigione arrivi, che il lieto fine ci faccia tirare un sospiro di sollievo. Invece no. In questo racconto Gesù libera due uomini posseduti da forze distruttive — e qual è la reazione? “Per favore, vattene.”
Non c’è gioia, non c’è riconoscenza. C’è paura. C’è rifiuto. Perché la verità, che ci piaccia o no, è questa: il bene, quando è troppo vero, ci spaventa. E la libertà fa ancora più paura del dolore. Preferiamo rimanere prigionieri di ciò che conosciamo — anche se ci fa soffrire — piuttosto che affrontare il vuoto, l’incertezza, il rischio che ogni vera trasformazione porta con sé. Il Vangelo non ci coccola. Ci mette davanti allo specchio e ci dice con disarmante onestà: “Non è sempre il momento giusto. E, a volte, non sei tu a deciderlo.”
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I due uomini fra le tombe siamo noi. Sono le nostre parti sepolte, rimosse, abbandonate: rabbia, paura, vergogna, dolore. Quelle cose che abbiamo messo da parte sperando che sparissero da sole. Ma non spariscono. Restano lì, nascoste, a sabotare la nostra vita. E quando qualcosa — o qualcuno — prova a smuoverle, reagiscono. Non vogliono essere guarite. Non vogliono essere integrate.
Vogliono solo essere lasciate in pace, continuare con le loro dinamiche distruttive. L’unico cambiamento possibile non è una trasformazione bensì solo un trasferimento verso i porci, che rappresentano i nostri istinti più grezzi e disorganizzati. È la stessa dinamica che viviamo ogni volta che sfoghiamo tutto in un’esplosione, in un eccesso, in una dipendenza, in una fuga. Ci illudiamo di buttare fuori, di liberarci, ma alla fine restiamo più vuoti di prima. Lo sappiamo. Ma continuiamo a farlo.
E qui arriva la parte più scomoda, la più scandalosa. Gesù non fa il salvatore da favola. Accetta di essere rifiutato. Se ne va. Non forza. Non insiste. Guarda quella gente negli occhi e capisce: “Non siete pronti.” E rispetta il rifiuto. Nemmeno Dio può guarire chi non vuole affrontare la propria libertà. E questa è la cosa che più ci fa male: scoprire che il miracolo non è magia, non è un colpo di bacchetta che risolve tutto. È un atto di libertà che vuole intenzionalità. E se non sei pronto, il miracolo non accade.
Il male, se non vuoi trasformarlo, non sparisce. Lo trasferisci nell’inconscio. Lo disperdi nel mare caotico dell’oblìo. Ma non lo elimini. Il conto arriva lo stesso, sotto forma di senso di vuoto, di spossatezza, di smarrimento per la novità che non sai come affrontare. E Gesù? Non ti forza. Non sfonda la porta. Semplicemente aspetta. Perché la tua libertà vale più di qualsiasi miracolo. Anche più del suo.
Commento a cura di: Flavio Emanuele Bottaro SJ

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Fonte: Get up and Walk – il vangelo quotidiano commentato
