fratel Guido Dotti – Commento al Vangelo di domenica 28 dicembre 2025

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Una famiglia di profughi

La festa della Sacra Famiglia, celebrata in tutta la chiesa cattolica solo da un centinaio di anni, ha faticato a trovare una collocazione fissa nel calendario liturgico: tuttora la celebrazione ha date diverse tra rito romano e rito ambrosiano e diverse ancora quando Natale cade di domenica. Il motivo è che si cerca di collocare nel periodo tra Natale e l’Epifania la memoria di tutti gli eventi narrati nei vangeli dell’infanzia, fino alla prima manifestazione pubblica di Gesù al Giordano, per ricevere il battesimo da Giovanni. Tutta la “vita nascosta” di Gesù – una trentina d’anni – raccolta in meno di un mese: una stagione liturgica che cerca di armonizzare lo scorrere del tempo cronologico con il “kairos”, il momento propizio, cruciale dell’incarnazione. Così l’esigenza di offrire un modello di famiglia come cardine del vivere sociale e cristiano ha trovato una collocazione adeguata nel riferimento a Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù, figure invero piuttosto anomale, eccezionali, ma con caratteristiche, vicende e problematiche così simili a quelle conosciute da persone e famiglie di ogni tempo e ogni luogo.

E i brani scritturistici scelti vanno proprio in questa duplice direzione: l’esemplarità e al contempo l’unicità della “Sacra Famiglia”. Il brano dell’Antico Testamento, ritagliato dal libro del Siracide (Sir 3,3-7.14-17a), tratteggia la classica famiglia patriarcale – non solo del Medioriente e del II secolo avanti Cristo – e dispensa consigli ai figli affinché tutti possano conoscere giorni felici e vivere sotto la costante benedizione di Dio. Anche la seconda lettura – un brano tratto dalla Lettera ai cristiani di Colossi (Col 3,12-21) – colloca analoghe esortazioni all’interno di un tessuto comunitario abitato da perdono, sollecitudine e cura reciproci, così che anche all’interno della famiglia i legami siano dettati dall’amore a imitazione di Cristo più che da costumi, usanze e tradizioni patriarcali pur non abolite.

Ma è il brano evangelico a scombinare e arricchire questo dittico di famiglia ideale: un racconto che da un lato richiama le ordinariamente tragiche vicende di tante famiglie anche dei nostri giorni – e quindi Giuseppe, Maria e Gesù sono davvero “tre di noi” – e dall’altro toglie l’idillio della famigliola tranquilla per mostrare la cura e la vicinanza del Signore anche nelle situazioni estreme. Non dimentichiamo infatti che nel taglio liturgico della pericope matteana (Mt 2,13-15.19-23) vengono espunti i versetti 16-18 relativi alla strage dei bambini di Betlemme – “innocenti” come “tutti i bambini al di sotto dei due anni” di tutte le Betlemmi di ogni tempo e luogo – versetti che verranno ripresi nella memoria liturgica a loro dedicata, sempre in questi giorni post-natalizi.

Sostiamo allora sulla buona notizia secondo Matteo, che si apre in modo a noi già noto: abbiamo ancora l’apparizione di un angelo del Signore in sogno, ancora l’ascolto-obbedienza di Giuseppe, ancora l’adempimento di ciò che era stato detto, ancora la fedeltà del Signore che incrocia e converte le vicende degli uomini. Giuseppe ancora una volta obbedisce all’angelo del Signore, poi scomparirà dopo aver visto adempiersi lo sta scritto, come Simeone al tempio. Ma in questo suo entrare e uscire in Egitto, in questo uscire ed entrare nella terra d’Israele, Giuseppe non è solo, prende con sé, conduce per mano il bambino e suo madre: non è scritto “Gesù e Maria”, nemmeno “il figlio e la sposa”, ma “il bambino e sua madre”. Giuseppe sta già diminuendo e il bambino sta già crescendo: solo il Signore, per mezzo del profeta, lo può chiamare “mio figlio”.

Eppure Giuseppe ha ancora qualcosa da trasmettere al bambino, oltre al nome e all’appartenenza alla casa di Davide: Giuseppe trasmette la fede dei padri, trasmette soprattutto le condizioni per vivere l’esperienza della fede. “Il Cristo nei giorni della sua vita terrena – fin da bambino, potremmo aggiungere alla luce del vangelo odierno – pur essendo figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Ebr 5,8). Gesù imparò l’obbedienza e cominciò a impararla in questa andata in Egitto. Giuseppe gli è maestro in alcune vicende, annuncio e preludio di quanto lo attende: accoglienza e rifiuto, adorazione e tentativi di uccisione, convergenza verso Gerusalemme e diaspora in Egitto e in Galil.

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Giuseppe obbedisce alle parole dell’angelo, ma questa volta le interpreta anche, mostrando così la via dell’obbedienza libera, matura, responsabile e intelligente: Matteo non ripete più che Giuseppe “fece come gli aveva detto l’angelo”, anzi: l’angelo gli chiede di “fuggire” in Egitto e Giuseppe “si ritirò”, fece anacoresi in Egitto; l’angelo gli chiede poi di “andare, ritornare” nella terra di Israele e Giuseppe vi “entrò, rientrò” e poi, in obbedienza a un ulteriore avvertimento in sogno, “si ritirò”, fece nuovamente anacoresi, questa volta “nelle regioni della Galilea” e si stabilì, “prese casa” a Nazaret. Giuseppe va oltre l’invito dell’angelo e così facendo adempie, porta a compimento lo sta scritto, rivelando – e insegnando al bambino – che la volontà di Dio va addirittura oltre lo sta scritto, che la lettera non contiene tutto lo Spirito, che va adempiuta anche quella Parola che non è mai stata messa per iscritto, rivela che i profeti – coloro che parlano a nome di Dio – non sono solo quelli che hanno lasciato degli scritti. Nazaret compare qui solo per ricordarci questa verità. Il vangelo di Matteo (a differenza di quello di Luca) non dice che Maria – né tanto meno Giuseppe – era originario di lì e Giuseppe, il bambino e sua madre “vanno” (non “tornano”) ad abitare lì: Nazaret è il luogo che ci obbliga a fare memoria di come l’obbedienza adulta sia necessaria affinché si compia “quanto fu detto per mezzo dei profeti”, in questo caso la parola “sarà chiamato Nazareno”. Così, grazie a Giuseppe e per il beneplacito del Padre, avviene che proprio da Nazaret uscirà non solo “qualcosa di buono” (cf. Gv 1,46), ma la salvezza per tutte le genti.

Infine possiamo notare un’altra apparente stranezza in questo brano, redatto non secondo le nostre logiche: Matteo colloca l’adempimento di ciò che è stato detto dal Signore per mezzo del profeta – cioè “dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (v. 15) – non quando, morto Erode, Giuseppe riconduce fuori il bambino e sua madre (vv. 19-21), bensì già prima, quando questa famiglia di profughi rimane in anacoresi in Egitto (vv. 14-15). Dimorare nell’obbedienza anche in terra straniera: da lì siamo chiamati figli. La stabilità è solo quella dell’obbedienza alla volontà del Padre: è dalla dimora dell’obbedienza che saremo chiamati figli, figli del comandamento, figli nel Figlio, obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Per gentile concessione del Monastero di Bose.
Immagine di copertina: frame video.

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