Nel Vangelo vediamo Gesù che, dopo aver passato tutta la notte in preghiera, chiama a sé i suoi discepoli e ne sceglie dodici, che chiama apostoli. Questo gesto ci rivela una verità immensa: non siamo qui per caso. Gesù non sceglie a caso. Prima di chiamarli, prega. Ogni vocazione nasce nel cuore di Dio, nel silenzio dell’amore, e poi esplode nella vita di chi si lascia toccare.
Essere apostoli significa essere scelti. Gesù chiama pescatori, esattori, uomini comuni, e li rende suoi amici, suoi collaboratori. Questo ci dice che anche noi, con i nostri limiti, siamo chiamati. Chiamati a vivere per qualcosa di più grande. A portare il suo amore nel mondo. A essere presenza di luce dove c’è buio.
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Quante volte pensiamo di non essere degni, di non avere nulla da dare… eppure Gesù ci guarda e ci chiama. Ci affida una missione: amare, perdonare, testimoniare. Anche la nostra stanchezza, la nostra fatica, possono diventare Vangelo vissuto, se consegnate a Lui.
E poi c’è un dettaglio bellissimo nel brano: “Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.” Anche oggi Gesù ci tocca, ci guarisce, ci dona forza. E ci chiede: “Vuoi essere mio apostolo, anche tu?” Non si tratta di fare cose straordinarie, ma di lasciarlo agire in noi, giorno dopo giorno.
Essere chiamati apostoli non è un titolo onorifico, è una responsabilità fatta d’amore. È sapere che la nostra vita ha un senso perché Lui ci ha pensati, voluti, mandati.
E allora oggi possiamo ringraziare:
perché siamo apostoli chiamati per nome, per portare nel mondo la gioia del Vangelo.
