Gesù invia i suoi discepoli in missione.
Li invia “a due a due”, segno che la missione non è mai un’impresa solitaria, ma un cammino di condivisione e comunione. Nessuno può bastare a sé stesso nell’annuncio del Vangelo: abbiamo bisogno gli uni degli altri.
Gesù dona loro un’autorità concreta: scacciare gli spiriti impuri, guarire i malati. Ma li istruisce anche su come vivere questa missione, bisogna essere: poveri, essenziali, senza sovrastrutture. Un bastone, un paio di sandali e niente più. La loro ricchezza sarà la Parola e la capacità di relazione.
Significativa è poi l’istruzione su cosa fare quando l’annuncio non viene accolto: “Scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza contro di loro”. Non è un gesto di condanna, ma di umile consapevolezza: non tutto dipende da noi. A volte bisogna saper riconoscere che il terreno non è ancora pronto, che occorre pazienza, che non sempre il nostro impegno produce immediatamente i frutti sperati.
La missione richiede dunque tre atteggiamenti:
Disponibilità a partire, uscire dai propri schemi.
Essenzialità: portare solo l’essenziale, cioè il Vangelo
Libertà: saper riconoscere quando è il momento di fermarsi, senza sensi di colpa o risentimento
Ogni cristiano è chiamato a essere missionario, non necessariamente in terre lontane, ma nel proprio ambiente: sul lavoro, in famiglia, tra amici. L’importante è portare uno sguardo di speranza, di guarigione, di annuncio di un amore più grande.
Ma altrettanto importante è saper discernere, umilmente, quando il nostro annuncio non trova accoglienza.
La missione è dunque un equilibrio delicato tra impegno e disponibilità, tra annuncio e ascolto, tra fermezza nella propria vocazione e mitezza nel riconoscere i limiti.
Che il Signore ci doni questo spirito: essere suoi messaggeri coraggiosi ma non ingombranti, capaci di seminare con gioia e di raccogliere con pazienza.
