Nel dibattito pubblico di oggi, e forse ancora di più nei dialoghi riservati, gli insulti sono diventati quasi normali. Si parla male degli altri con leggerezza, si etichetta, si insulta, si giudica, si usano le parole come delle armi. E, anche se magari non lo facciamo in modo plateale, rischiamo di lasciarci trascinare anche noi: con una battuta velenosa, un commento amaro, un giudizio espresso con rabbia.
Dentro questo clima risuonano forti le parole di Gesù: «Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio». Gesù non si ferma solo ai gesti violenti o alle offese evidenti. Va più in profondità, arriva alla radice: l’ira che nasce nel cuore. Perché è lì che comincia la rottura, è lì che l’altro smette di essere un fratello e diventa un nemico, un ostacolo, qualcuno da sminuire.Q
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ueste parole non vogliono schiacciarci con il senso di colpa, ma aprirci gli occhi. Ci invitano a vigilare sul nostro cuore, su quello che lasciamo crescere dentro di noi. Ricordandoci che l’ira, avvelena prima di tutto chi la porta.
Seguire Gesù significa imparare un altro linguaggio: quello che non umilia, che non distrugge, che non nasce dalla rabbia ma dalla verità e dalla misericordia. Oggi possiamo scegliere: di non offendere nessuno, di fermare una parola cattiva prima di pronunciarla, trasformare un giudizio in silenzio, un silenzio in preghiera. È da questi piccoli passi che nasce un cuore libero, senza rabbia, capace di pace.
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