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fra Stefano M. Bordignon – Commento al Vangelo del 26 ottobre 2026

La lebbra è una malattia che, per fortuna, oggi in Italia è ormai quasi del tutto assente. Ma c’è un altro male che conosciamo bene e che, in forme diverse, riguarda molti di noi: il mal di schiena. Basta una giornata faticosa, qualche peso di troppo, una posizione sbagliata… oppure gli acciacchi dell’età, e ci ritroviamo curvi, rigidi, incapaci di muoverci con libertà.

Nel Vangelo di oggi, Gesù incontra una donna che da diciotto anni è curva e non riesce in alcun modo a raddrizzarsi. È una donna che porta nel corpo il peso di una sofferenza lunga, ma forse anche il peso di una vita che l’ha abituata a guardare sempre verso il basso.
Gesù la vede.

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Questo è il primo messaggio bello del Vangelo: Gesù vede chi soffre. Non passa oltre, non si abitua alla sua sofferenza, non pensa che ormai sia troppo tardi. La chiama e le dice: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Poi le impone le mani e subito quella donna si raddrizza e comincia a glorificare Dio.

Quante volte anche noi siamo un po’ come quella donna! Non necessariamente perché abbiamo un problema fisico, ma perché portiamo dentro pesi che ci fanno stare curvi: una preoccupazione, una delusione, una paura, un rancore, una stanchezza che dura da troppo tempo. E quando si porta un peso per tanti anni, si rischia perfino di pensare che quella sia ormai la nostra condizione normale.
Gesù invece ci dice: puoi rialzarti.

Non siamo condannati a vivere sempre curvi sotto il peso di ciò che ci fa soffrire. Possiamo consegnare a Dio le nostre fatiche, lasciarci aiutare, ricominciare, tornare a guardare in alto.E, una volta gu

arita, quella donna «glorificava Dio». Prima era curva; ora può alzare lo sguardo. Prima guardava la terra; ora può guardare il cielo.
Perciò, se oggi ci sentiamo stanchi, scoraggiati o un po’ curvi sotto il peso della vita, non perdiamo la speranza. Lasciamoci incontrare da Gesù. Alziamo lo sguardo. Facciamo un passo avanti.

Con Gesù possiamo ancora rialzarci, raddrizzarci e riprendere il cammino. E magari scoprire che c’è ancora un motivo per ringraziare e per guardare il cielo.

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