Il digiuno, nel Vangelo, non è mai presentato come una prestazione da esibire o una rinuncia fine a se stessa. Quando i discepoli di Giovanni chiedono a Gesù perché i suoi non digiunano, Lui risponde con un’immagine semplice e potente: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?»
Il punto non è il digiuno in sé, ma il rapporto con Gesù.
Il digiuno cristiano nasce da qui: dal desiderio di custodire una relazione viva con il Signore. Non è un gesto per sentirci più bravi o più forti, ma un modo per fare spazio. Digiuniamo quando sentiamo che qualcosa ci appesantisce il cuore, quando troppe cose occupano il posto che spetterebbe a Dio, quando abbiamo bisogno di tornare all’essenziale.
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Gesù dice che verrà il tempo in cui lo sposo sarà tolto, e allora si digiunerà. È il tempo in cui sperimentiamo la fatica, l’assenza, il silenzio di Dio. In quei momenti il digiuno diventa preghiera concreta: rinunciare a qualcosa per dire con il corpo quello che il cuore desidera, cioè ritrovare il Signore.
Vivere il digiuno in spirito cristiano significa farlo con libertà e verità, senza tristezza forzata e senza rigidità. È un gesto che ci rende più attenti, più umili, più capaci di ascolto. Se il digiuno ci chiude, ci indurisce o ci rende giudicanti, ha perso il suo senso.
Il vero digiuno ci rende più disponibili all’amore, più affamati di Dio e più sensibili ai bisogni degli altri. È allora che diventa un cammino che nutre la fede anche nei tempi di prova.
