Esegesi e meditazione alle letture di domenica 7 Giugno 2020 – don Jesús GARCÍA Manuel

Prima lettura: Esodo 34,4-6.8-9

In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».  Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervìce, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».

Dio è il mistero che gli uomini non sono riusciti a dipanare; nemmeno i profeti. L’autore dell’Esodo vi si prova una prima volta narrando l’esperienza di Mosè sul Sinai, ma la risposta è enigmatica. La frase: «Sono colui che sono» per quanto espressiva («Sono colui che esiste, che fa esistere», spiegano gli esperti), da l’impressione che l’interpellato voglia nascondersi dietro un gioco di parole, rifiuti di rivelare il suo nome, far conoscere la sua identità.

Ma il libro dell’Esodo è la raccolta di differenti tradizioni. Se la prima (3,4-13) è chiamata elohistica, la successiva si può definire sacerdotale (6,1-8; 19,5-6). Qui il nome di Dio è quello ormai abituale: «Il Signore». Esso sta a indicare la supremazia, sovranità assoluta sugli uomini e sulle cose.

Al termine del libro è narrata un’altra teofania in cui il «volto» (panim) di Dio rimane ancora nascosto dalla «nube», ma egli fa’ trapelare o meglio svela apertamente il suo animo, le disposizioni che sono alla base dei suoi comportamenti. L’autore, questa volta il jahvista, registra anche i movimenti che il Signore compie: «scese», «si fermò là presso di lui», gli parla. Nonostante che sia il Signore non parla dall’alto, ma si abbassa fino al livello dell’uomo e gli apre il suo cuore con una sbalorditiva confessione. Egli non è il terribile JHWH che non fa accostare il suo servo e chiede di togliersi i calzari ai piedi prima di avanzare verso di lui (3,5), ma un Signore benevolo, pronto a capire e a perdonare le debolezze dell’uomo.

La coreografia, l’accompagnamento della nube luminosa, la ripetizione del nome poteva far pensare a manifestazione di un potente dignitario, ma le parole rivelano tutto il contrario. «Dio (è) misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Una designazione insolita della divinità, fatta su misura d’uomo si potrebbe aggiungere, quella che lo aiuta a vivere, a realizzarsi nonostante le sue incapacità, i suoi limiti, i suoi difetti, le sue imperfezioni. L’uomo rischia sempre di essere schiacciato dalle sue inadempienze, dalle colpe che accumula quotidianamente, dai debiti con se stesso e con gli altri.

La precisazione «lento all’ira» sembra far supporre che nonostante tutto Dio qualche volta potrebbe sentirsi spinto a usare il rigore (la «giustizia») verso i trasgressori della sua legge, ma sa contenersi. Il redattore finale del testo però ritiene opportuno correggere con una nota aggiuntiva questa versione che Dio sta dando di sé, ricordando appunto che «castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione» (v. 7), ma è una distorsione del messaggio originario e centrale del passo, quello che Mosè stesso ribadisce (vv. 8-9). Egli sa che Israele è un popolo di peccatori, meriterebbe di essere cancellato dalla storia (Es 32,19), ma ciò nonostante crede di poter fare appello alla misericordia di Dio per ottenere comprensione e perdono. Però invece di ergersi davanti al Signore con protervia o arroganza occorre riconoscere umilmente, con la testa a terra, le proprie colpe e ritrovare così la sua amicizia, sentirsi ancora sua eredità, ovvero la particolare «proprietà» tra tutti i popoli della terra (19,5). 

Seconda lettura: 2 Corinzi 13,11-13

Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.

La 2Cor è lo scritto di Paolo che sembra aver subito delle vicissitudini letterarie. Potrebbe essere una raccolta di differenti missive dell’apostolo alla comunità egea, che ha inglobato anche qualche riflessione del redattore o compilatore del testo finale. Tale è forse il brano 13,11-13. Ad ogni modo il v. 13 non racchiude una delle abituali formule di congedo ricorrente nelle lettere paoline (cf. Gv 6,18; Rom 15,33; Fil 4,23).

Il passo 13,11-13 è un’esortazione a vivere in armonia e in pace, si intende con Dio e con i propri simili. Per una comunità così animata e si può aggiungere litigiosa com’era quella di Corinto il richiamo alla concordia era sempre il più opportuno. Anche il tono perentorio ne sottolinea l’urgenza.

I cristiani di Corinto non sono ancora «perfetti» perché secondo Paolo la misura da raggiungere è quella di Cristo (cf. Ef 4,13) e Gesù ha additato come meta il comportamento del padre che riesce a trattare bene tutti, anche quelli che non lo meritano (Mt 5,48). Il modello a cui occorre guardare e avvicinarsi è troppo alto per poter pensare di averlo una volta raggiunto.

L’uomo è sempre un essere imperfetto, ma il suo agire può migliorare costantemente, salire verso un grado sempre più elevato del precedente. Il giovane aspirante aveva «osservato tutti i comandamenti», ma Gesù gli fa comprendere che tutti si potevano osservare in un modo più completo (Mt 19,16-21).

C’è un unico modo di vivere la propria fede, amando l’uomo nel modo che sa fare Dio e che Gesù ha segnalato e realizzato fino al prezzo della vita.

La piccola esortazione si chiude con un grande augurio. L’apostolo invoca sulla comunità i riflessi dell’agape (amore) di Dio e della grazia (charis) di Cristo unitamente, alla comunione (koinonia) dello Spirito Santo. Un saluto che la nuova liturgia ha recuperato e riproposto solennemente all’inizio della celebrazione eucaristica.

Ai tessalonicesi Paolo augura «la grazia del Signore Gesù Cristo» (1Ts 5,28; 2Ts 3,18), ma, in quest’epilogo della 2Cor si fa riferimento anche all’amore di Dio che in Gesù Cristo ha avuto la sua piena attuazione e continua a espandersi sugli uomini tramite l’azione santificatrice dello Spirito. Dio non è qui chiamato «padre» e nemmeno Gesù è definito «figlio», ma si parla egualmente come di «tre» punti di riferimento a cui il credente è invitato a tenersi in contatto. Dati insufficienti per proporre tout court la dottrina trinitaria, ma possono essere e sono stati di fatto una base valida per arrivarvi.

Vangelo: Giovanni 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Esegesi

Il vangelo di Giovanni come si sa, è una composizione teologica; cerca di illustrare la persona e la missione di Gesù più che richiamare episodi concreti della sua vita.

Gesù, che i giudei conoscevano come «il figlio di Giuseppe» (Gv 1,45), è invece la Parola di Dio incarnata nella storia (Gv 1,13), l’Agnello che toglie i peccati del mondo (1,29),  il Cristo (1,42), ma sotto questa veste non era stato accettato dai suoi familiari, dai concittadini e dai connazionali (1,5;2,12;2,24;7,5).

Nicodemo apre una serie di interlocutori evangelici; lo segue la donna di Samaria e l’ufficiale regio (4,1-54). Egli avrebbe dovuto comprendere subito le parole di Gesù e accettarle, invece si perde in banali obiezioni e alla fine scompare come in incognito, senza aver fatto comprendere la sua risposta. I giudei non hanno accolto il loro messia e anche i migliori spiriti sono rimasti perplessi alla predicazione di Gesù come ora della Chiesa. Le proposte di Gesù erano innovatrici; toccavano l’alleanza (2,1-11), il culto (2,13-23), soprattutto il modo di vivere (conversione), lasciandosi investire interiormente dalla forza rigeneratrice dello Spirito di Dio (3,1-8). Il credente infatti non è chi pensa o parla come Cristo o come Dio, ma chi agisce nel modo in cui essi operano, cercando innanzitutto il bene dell’altro.

Lo Spirito è la carità di Dio, la sua Volontà di aiutare e beneficare il mondo («cosmo»), in particolare l’uomo. Questa è la buona notizia che i profeti, la Bibbia rivolgono agli uditori e lettori, e Gesù e il vangelo ripetono ai propri ascoltatori. Bisogna mettere in partenza un punto fermo per spiegare ciò che accade nel tempo e ad esso far riferimento con la mente e il cuore, il pensiero e le azioni, per sentirsi tranquilli.

Il vangelo odierno riparte da questa certezza basilare: la carità o agape di Dio verso il mondo, la creazione e le creature. La missione profetica di Gesù, quella che l’evangelista sta ricordando ai suoi lettori, a Nicodemo, ossia ai giudei, è far conoscere la maniera concreta con cui Dio ha «ultimamente» manifesto il suo amore verso il mondo e gli uomini. Tramite un «dono» senza eguali, quale è la dignità del Figlio unico loro inviato.

La storia di Gesù è quella di un martire che accetta di morire più che rinunciare al mandato ricevuto; che accetta l’impopolarità, il rigetto, la condanna per liberare i propri simili dall’illegalità e dall’oppressione, dal fanatismo e dalla superstizione. La sua sorte appare contraddittoria: apparentemente è un vinto in realtà è un vincitore. È stato «elevato» su un patibolo, ma da qui è salito al cielo, nella gloria del Padre; ha perso la vita terrena ma ha acquisto quella «eterna» (3,14-15).

Il testo 3,16-18 è strettamente collegato con i due versetti che precedono e con i due che seguono. Parte dalla vicenda di Gesù di Nazaret (1,42-47) termina nel Cristo della gloria, esaltato cioè alla destra di Dio. La fede del cristiano è dar credito all’esperienza di Gesù, riconoscerla come venuta e voluta da Dio e conformarvi la propria. Anche per il cristiano la vita si consegue attraverso la morte, che è il presupposto non della fine ma della risurrezione o del passaggio nel mondo di Dio. Il seguace di Cristo è colui che si è lasciato prendere dalla carità di Dio, investire cioè dalle radiazioni del suo Spirito; in altre parole si lascia guidare dalla legge dell’amore e non dai sentimenti opposti che vengono dal Maligno (cf. 1 Gv 3,13). Per queste ragioni non è più nella morte e non va soggetto ad alcuna condanna.

Dio è solo amore e può compiere solo operazioni benefiche verso l’uomo e il mondo; tale è il figlio che è della stessa identità del padre e che nella sua esistenza è passato facendo del bene a tutti e guarendo gli uomini dalle loro infermità (cf. At 10,38). Il «giudizio» cioè la discriminazione tra chi crede e si salva chi non crede e si danna non è compiuta da Dio, né dal Cristo, ma dall’uomo stesso che accetta o rifiuta la proposta di Dio (la Parola) realizzatasi nella testimonianza di Gesù, l’unica «strada» che bisogna percorrere per arrivare al padre (Gv 14,6). «Come ho fatto io dovete fare anche voi», raccomanda Gesù ai suoi nel corso dell’ultima cena (13,15).

L’uomo per salvarsi deve uscire dalle «tenebre» e passare nella zona della luce cioè della verità e del bene. Il giudizio di approvazione e di condanna non è il pronunciamento, la sentenza di un tribunale eretto davanti all’uomo, ma proviene dal suo intimo; dalla sintonia o dal disaccordo con il suo «io» migliore.

Il Cristo risorto (3,14-15) vive in un mondo nuovo di cui nessuno, che è ancora sulla terra, può conoscere, ma vi si avvicina, e un giorno vi entrerà a far parte solo chi si lascia irradiare dalla carità di Dio che ha avuto la sua più alta illustrazione nella testimonianza di Gesù, il suo unigenito.

Meditazione 

Le tre letture bibliche orientano l’odierna celebrazione della Trinità divina verso la contemplazione del Dio estroverso, del Dio che si comunica all’uomo, del Dio il cui amore è per il mondo, insomma del Deus pro nobis. Del resto, il dogma trinitario non è altro che «lo sforzo ostinato di andare sino in fondo all’affermazione giovannea per cui “Dio è amore” (1Gv 4,8)» (Rémi Brague).

Dopo il peccato del vitello d’oro, Dio si manifesta una seconda volta ai figli d’Israele scendendo sul Sinai per comunicare loro il suo Nome che lo rivela quale compassionevole e misericordioso, capace di grazia e di perdono. È il Dio condiscendente, che scende per raggiungere l’uomo nel suo peccato (prima lettura). Il vangelo presenta il Dio che ama a tal punto il mondo, l’umanità, da donare il suo Figlio per la salvezza del mondo. Il figlio unico è tutta la vita di un padre, è ciò che egli più ama di tutto ciò che ama: il Dio che dona il Figlio è il Dio mosso da amore folle. Vi è un eccesso nell’amare di Dio e questo eccesso è il Figlio Gesù Cristo. La benedizione presente nella seconda lettura vuole stabilire la presenza di Dio nella comunità dei cristiani di Corinto. Questi sono pertanto esortati ad accogliere e a lasciar operare tra di loro la grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito santo.

Sempre la presenza di Dio necessita di una mediazione umana per essere colta come presenza di benedizione e di amore. Mosè, innocente del peccato commesso dai figli d’Israele si mette liberamente nel novero dei peccatori («perdona la nostra colpa e il nostro peccato»: Es 34,9) per intercedere presso Dio a favore del popolo. Gesù narra con la prassi della sua vita e con la sua auto-donazione l’amore folle di Dio per gli uomini. Pao-lo, con il suo ministero e la sua paternità apostolica, cerca di fare della comunità di Corinto una dimora del «Dio dell’amore e della pace» (2Cor 13,11).

L’azione del Dio trinitario è perdono (prima lettura), amore (vangelo), comunione (seconda lettura) e può essere esperita grazie alla fede (vangelo).

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito» (Gv 3,16). Letteralmente, questo è l’inizio del nostro testo evangelico. Che sottolinea la modalità dell’amore di Dio, modalità che rinvia a quanto detto nei versetti precedenti che parlano della necessità dell’innalzamento del Figlio dell’uomo (Gv 3,14-15) fondandola sulla continuità con il gesto di Mosè che innalzò il serpente nel deserto affinché chiunque lo guardasse, avesse vita. C’è dunque un così, una modalità, una forma dell’amore di Dio che è anzitutto fedeltà. Fedeltà di Dio al popolo con cui si è legato in alleanza, alla storia condotta con il popolo, al suo Nome in cui la misura della misericordia sovrasta di gran lunga la misura del giudizio (Es 34,6-7). Si tratta di fedeltà a colui che è infedele e di amore per colui che non vi corrisponde: la fedeltà e l’amore di Dio diventano la sua responsabilità nei confronti degli uomini peccatori. Solo così l’amore di Dio è davvero per il mondo, per l’umanità tutta, per ogni uomo. E solo così il suo amore, unilaterale e incondizionato, non condanna, ma salva.

Così Dio amò. La forma verbale del verbo amare rinvia a un evento storico preciso: la morte in croce di Gesù (cfr. Rm 5,8). L’amore di Dio manifestato sulla croce assume la forma dello scandalo, dell’eccesso che, nella sua unilateralità e smisuratezza, sconvolge i parametri umani di reciprocità, corrispondenza e contraccambio dell’amore. Il dono sovrabbondante insito nell’evento della croce è il perdono di Dio, l’amore che Dio già pre-dispone per colui che pecca e che peccherà.

Così Dio amò. Il Dio che ama è anche il Dio che soffre. Donare il Figlio è mettere a rischio la propria paternità pur di non rinunciare a cercare comunione con gli uomini. Il Dio trinitario è il Dio che non sta senza l’uomo. E l’uomo, situandosi per fede in Cristo e lasciandosi guidare dallo Spirito abita l’agape, l’amore, e così conosce la comunione con Dio. Con il Dio che è amore. L’agape, infatti, è il cuore della vita trinitaria.

Commento a cura di don Jesús Manuel García

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