La giustizia di Dio non รจ meritocratica
Dopo la parabola del servo spietato che non sa reiterare la misericordia e il perdono ottenuti (cf. Mt 18,21-35), eccone una sulla scandalosa misericordia di Dio. Scandalosa perchรฉ non รจ meritocratica, cioรจ non รจ un sentimento, unโazione di Dio che raggiunga gli esseri umani a partire dai loro meriti; non puรฒ essere conquistata e tantomeno acquistata, ma puรฒ solo essere accolta come un dono: essa รจ gratuita, per questo il suo nome รจ anche โgraziaโ. Dio fa grazia nella sua infinita libertร e nel suo infinito amore, e nessuno puรฒ pretendere premi, nรฉ tanto meno privilegi, per elezione o vocazione.
Gesรน fa lโannuncio di questa buona notizia in una parabola raccontata in tre scene e completata da un commento finale (v. 16):
- a ore diverse, dallโalba fino al tardo pomeriggio, il padrone della vigna esce per ingaggiare lavoratori (vv. 1-7);
- alla sera egli paga i lavoratori (vv. 8-10);
- infine il padrone giustifica il proprio comportamento (vv. 11-15).
Il protagonista della prima scena รจ โun uomo, un padrone di casaโ, in seguito definito anche โpadrone della vignaโ, che agisce dal mattino alla sera, uscendo di casa per andare nella piazza a cercare lavoratori per la sua vigna, comโera abitudine a quei tempi. Fin dallo spuntare dellโalba, dunque fin dalle sei, si reca sulla piazza e chiama dei lavoratori, stipulando con loro un contratto: li pagherร , per la giornata intera, un denaro, secondo le tariffe del mercato di quellโepoca. Poi esce di nuovo verso le nove e assolda altri operai, promettendo loro: โQuello che รจ giusto ve lo darรฒโ. Fa lo stesso verso mezzogiorno, verso le tre e addirittura verso le cinque del pomeriggio. A quelli che trova sulla piazza quasi alla fine del giorno chiede ragione del loro starsene senza far niente, ed essi rispondono: โNessuno ci ha presi a giornataโ, cioรจ โsiamo rimasti disoccupatiโ. Il padrone fa molte chiamate, non esclude nessuno, offre lavoro a tutte le ore: esce di casa per ben cinque volte, anche nel tardo pomeriggio, quando si avvicina il tramonto e non resta che unโora soltanto utile per il lavoro.
Da questa prima scena risulta che tutti quelli che erano sulla piazza del mercato sono stati chiamati dal padrone e che alla sera non vi sono piรน disoccupati. Si noti anche che questo ingaggio รจ fatto dal padrone stesso, non da un suo amministratore: ciรฒ รจ molto strano, perchรฉ i proprietari di solito non entravano direttamente a contatto con lavoratori sovente sporchi, vestiti con abiti indecenti e comunque rozzi. Ma tale comportamento indica la sollecitudine di questo padrone, che vuole vedere in faccia chi lavora nella sua vigna e vuole stipulare lui stesso i contratti con i suoi operai.
Giunge la sera e gli operai ritornano dalla vigna. Il padrone, uomo giusto e anche generoso, osserva fedelmente la legge: โNon sfrutterai il salariato povero e bisognoso โฆ Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perchรฉ egli รจ povero e attende ciรฒ con impazienza. Non alzi grida al Signore contro di te: sarebbe grande il tuo peccato!โ (Dt 24,14-15). Il padrone chiama dunque lโamministratore e gli ordina di pagare i lavoratori, incominciando dagli ultimi e terminando con i primi ingaggiati. Lโordine dei chiamati รจ capovolto, e questo fa sรฌ che i primi possano osservare quale salario il padrone ha corrisposto a quanti hanno lavorato meno di loro. Lโamministratore, secondo lโordine ricevuto, comincia con il dare un denaro agli operai dellโultima ora. Quelli che hanno lavorato fin dal mattino presto pensano allora di dover ricevere una paga piรน alta: hanno lavorato piรน ore, dunque meritano di piรน! Si crea in loro unโattesa, ben presto delusa. Il testo annota infatti laconicamente: โโฆ ma anchโessi ricevettero ciascuno un denaroโ, nรฉ piรน nรฉ meno degli altri.
Se fin qui erano descritte quasi solo azioni, con lโeccezione del rapido accenno al pensiero balenato nella mente degli operai assoldati al mattino presto, nellโultima scena Gesรน, mostrando tutta la sua abilitร di narratore e di conoscitore del cuore umano, si arresta a considerare i sentimenti dei personaggi. Gli operai della prima ora passano dal pensiero fugace al paragone con gli altri lavoratori: da ciรฒ nasce la rabbia per essere stati trattati come gli altri, e la loro attesa frustrata li spinge infine a mormorare. Mormorare, questo terribile uso della parola, purtroppo tanto familiare e attestato nella chiesa e nelle comunitร ; tante volte ci siamo soffermati su questo autentico cancro delle relazioni umaneโฆ
Questi lavoratori recriminano, esponendo con rabbia al padrone il risultato delle loro parole scambiate nel nascondimento: โAbbiamo lavorato dal mattino alla sera, abbiamo faticato per dodici ore, abbiamo sopportato il peso della calura, sotto il sole cocente, mentre questi ultimi sono giunti a giornata quasi finita, hanno lavorato unโora sola, nella frescura del tramonto, eppure tu li hai fatti uguali a noiโ. Questo, in ultima analisi, ciรฒ che non riescono a sopportare: โloro sono stati fatti uguali a noiโ, chiamati per primi e chiamati per ultimi sono tutti uguali! Ai loro occhi ciรฒ appare come unโingiustizia, un atteggiamento che non vede nรฉ riconosce i meriti. Di conseguenza, il padrone รจ da loro ritenuto ingiusto, quindi insopportabile. Costoro ci rappresentano bene: quando infatti vogliamo affermare quella che ci appare la giustizia, ci sentiamo carichi di autoritร , alziamo la voce per esprimere in modo anche duro la nostra convinzione. โLa giustizia innanzitutto!โ, diciamo, e non ci sfiora nemmeno il pensiero che la nostra giustizia puรฒ essere limitata e che ci possano essere altri criteri di giustizia. Quando gli altri esprimono giudizi di giustizia su di noi, li sentiamo duri; quando invece noi ci possiamo appellare alla giustizia per giudicare, ci sentiamo forti, alziamo la voceโฆ
Su quella mormorazione interviene risolutamente il padrone della vigna, rivolgendosi a uno dei contestatori. Innanzitutto lo chiama โamicoโ, termine utilizzato nella parabola del banchetto nuziale, per indicare lโuomo sprovvisto dellโabito per la festa (cf. Mt 22,12), e addirittura da Gesรน per Giuda, nellโora del tradimento (cf. Mt 26,50). Il rimprovero รจ dunque introdotto in modo amichevole, forse non privo di una certa ironia. Il padrone ricorda inoltre che ha rispettato il compenso pattuito, quindi non ha fatto alcun torto, non รจ stato ingiusto. Ma non vuole calcare la mano, per questo congeda il mormoratore senza alcuna parola di condanna: โPrendi il tuo denaro e vatteneโ.
Poi perรฒ prosegue, con lโintenzione di spostare lโaccento sulla propria gratuitร : โIo voglio dare anche a questโultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio?โ. Egli certamente rispetta la giustizia, e quindi lโaccordo stabilito, ma vuole dare di piรน a colui al quale spetterebbe meno, affinchรฉ possa portare a casa il salario necessario per sรฉ e per la propria famiglia. Mostra pertanto una giustizia altra da quella prospettata e attuata dagli uomini: una giustizia non retributiva nรฉ meritocratica. Tale concetto di giustizia, che Gesรน attribuisce a Dio, scandalizza i devoti che si affaticano a contare le loro azioni per poter enumerare i loro meriti. โLavoro, guadagno, dunque pretendo!โ: questo volgare modo di esprimersi รจ allโinsegna di una logica che ci abita e che dobbiamo sforzarci di estirpare dal nostro cuore. Accanto a noi ci sono persone meno fortunate per nascita o per storia; ci sono persone deboli che non lavorano come noi perchรฉ non possono; ci sono quelli che non hanno un lavoro o che la malattia ha reso meno produttivi. Questi non sono scarti da dimenticare o, peggio, da abbandonare: sono nostri fratelli e sorelle, carne della nostra carne, e noi dobbiamo pensare anche a loro, a immagine del signore della vigna che nella sua generositร misericordiosa non vuole che un altro essere umano torni a casa, dalla propria famiglia, senza il necessario per vivere.
Infine il padrone della vigna mette a nudo un rischio presente nellโatteggiamento di chi fa paragoni con gli altri: โOppure il tuo occhio รจ malvagio perchรฉ io sono buono?โ. Con questa semplice domanda tratteggia il meccanismo dellโinvidia, termine che deriva da in-videre, cioรจ โnon voler vedereโ la felicitร , il bene, la gioia dellโaltro, come se questa attentasse alla nostra. Gelosia e invidia possono nascere nel nostro cuore โ perchรฉ โรจ dal cuore umano che nasce โฆ lโocchio cattivoโ (Mc 7,21-22) โ ma vanno combattute, per giungere progressivamente, nellโesercizio dellโascolto dellโaltro, della com-passione e dellโempatia con lui, a gioire quando lโaltro beneficia della bontร nostra, che รจ sempre anche bontร di Dio.
Quanto questa parabola sia scandalosa lo possiamo misurare anche leggendo una parabola rabbinica, ispirata con buona probabilitร alla nostra:
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Un re, che aveva ingaggiato molti operai, venne a controllare il lavoro che svolgevano. Notรฒ che uno di loro era piรน abile e svelto di tutti gli altri; gli chiese allora di accompagnarlo in una passeggiata che durรฒ tutto il resto della giornata. Alla sera gli diede un compenso uguale a quello degli altri che erano rimasti a lavorare. Questi allora protestarono: โNoi abbiamo lavorato duro tutto il giorno e costui, che ha lavorato soltanto due ore, ha ricevuto il nostro stesso salario. Non รจ giusto!โ. Rispose allora il re: โCostui ha fatto piรน lavoro in due ore che voi in un giorno interoโ (Talmud di Gerusalemme, Berakhot 2,3).
Il contrasto con la parabola evangelica non potrebbe essere piรน netto: qui vi รจ una logica meritocratica, mentre Gesรน parla di gratuitร , di una misericordia che non va meritata, ma accolta con gioia come dono e come amore riversato su tutti noi, tutti fratelli e sorelle, tutti figli e figlie amati da Dio. Di fronte a questo amore non ci sono privilegi da vantare! Facciamoci una domanda: come pensiamo il nostro rapporto con Dio? Come relazione nella grazia o come prestazione meritoria? In veritร solo la grazia di Dio puรฒ instaurare la comunione con noi; e se cercassimo di andare a lui forti di nostri presunti meriti, non riusciremmo a conoscere il suo amore, sempre gratuito e mai meritato.
Degna conclusione di questa parabola che canta la misericordia del Signore, che non crea primi e ultimi, ma tutti vuole salvare, mi pare un brano della Catechesi sulla santa Pasqua attribuita a Giovanni Crisostomo:
Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario; chi รจ venuto dopo la terza, renda grazie e sia in festa; chi รจ giunto dopo la sesta, non esiti: non subirร alcun danno; chi ha tardato fino alla nona, venga senza esitare; chi รจ giunto soltanto allโundicesima, non tema per il suo ritardo. Il Signore รจ generoso, accoglie lโultimo come il primo, accorda il riposo a chi รจ giunto allโundicesima ora come a chi ha lavorato dalla prima. Fa misericordia allโultimo e serve il primo.
La misericordia infinita del Signore, che ci รจ donata in modo totalmente gratuito, sia condivisa tra noi, tutti suoi amati e amate, senza fare alcun paragone, ma entrando nella sua logica, rivelataci una volta per tutte da Gesรน Cristo: โGratuitamente avete ricevuto, gratuitamente dateโ (Mt 10,8).
Per gentile concessione dal blog di Enzo Bianchi



