Il dubbio della fede. Che i discepoli non siano stati brillanti nella fede, non è una novità, non di meno i profeti. Elia scappa, Pietro dubita e affonda, sono alcuni esempi che ci dicono che non siamo in presenza di eroi ma di uomini che hanno camminato, inciampato e si sono rialzati. Il discepolo è un uomo di poca fede che dubita, si fa prendere dalla paura e comincia ad affondare.
La parola dubitare in greco, è distàzo, che significa “due”, anche “doppio”, “duplice”. La pochezza della fede è la pochezza di una fede duplice, che ha un doppio punto di riferimento, che vive una distrazione e distoglie l’uomo dalla fiducia in Dio per indurlo a riporre la propria fiducia in se stesso.
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Pietro ed Elia. L’esperienza di Pietro è l’esperienza di Elia, in un momento di grave crisi religiosa ha l’impressione di essere rimasto lui solo e fugge nel deserto, al monte Oreb. Un ritorno alle origini, dove quattro secoli prima Dio aveva parlato a Mosè. Elia vuole ritornare alla sorgente, entra in una caverna, rientra nel grembo materno per trovare Dio dentro di sé. Accadono alcuni fenomeni attorno ad Elia e il narratore ripete con insistenza: “il Signore non era …” Ma arriva il quarto momento, quello decisivo: “il Signore era nel sussurro di una brezza leggera”. Elia percepisce la presenza Dio nella voce del silenzio, si fa conoscere nella dolcezza di una brezza leggera, e lo riconosce diverso da come se l’era immaginato. Quante immagini di Dio dobbiamo distruggere! Tuttavia, nel cuore della crisi di Pietro, egli torna a essere un uomo di fede: «Signore, salvami». Anche per lui, come per Elia, c’è un silenzio che gli scava nel cuore e converte la sua attesa. Per compiere il suo desiderio, Pietro deve imparare ad affidarsi a Dio, non più a se stesso.
La chiesa. Matteo probabilmente già vede nella barca un simbolo ecclesiale. Perciò ripropone l’episodio come una manifestazione del Signore alla sua chiesa, impegnata in una non facile traversata mentre Gesù risorto è rimasto presso il Padre, come amava fare quando si ritirava sul monte in preghiera. Pietro vuole camminare con Gesù sulle acque, da solo, ma non può affrontare da solo il caos. Quella notte, lui ed Elia, hanno fatto esperienza di Dio. Pietro davanti al vento contrario, la barca agitata dalle onde, Gesù che raggiunge i suoi camminando sul mare, è una teofania notturna. La paura ci fa proiettare i nostri fantasmi su quello che vediamo, falsando le nostre percezioni più “spirituali”. La parola che Gesù rivolge ai suoi, svelandosi :“Coraggio, Io-Sono, non abbiate paura!”, è il fidarsi di questa parola che può portare al di là di ciò che sentiamo naturalmente possibile. Il Signore domina il mare, simbolo del male, ha potere sul male su ciò che è inconsistente e Gesù si presenta: “Io sono”.
La forza della preghiera. La preghiera di Pietro, Signore salvami, nasce dall’amore non solo dall’urgenza. “Molte volte ci ricordiamo di Dio solo quando qualcosa non funziona, quando abbiamo paura o quando cerchiamo una soluzione ai nostri problemi. Ma una relazione autentica non può essere ridotta a un bisogno. Essa cresce nella gratuità, nella fedeltà, nel desiderio di stare insieme anche quando non c’è nulla da chiedere. Ed è proprio da questa intimità con il Padre che nasce la forza di Gesù. Dopo aver pregato, Egli cammina sulle acque. Il Vangelo ci suggerisce così una verità profonda: la preghiera non serve a evitare le tempeste, ma a non esserne travolti. Anche Pietro desidera fare la stessa esperienza. Scende dalla barca e comincia a camminare verso Gesù. Ma a un certo punto smette di guardare il Signore e si lascia catturare dalla violenza del vento e affonda” (LM Epicoco).
C’è un aspetto importante, la preghiera, in questo nostro tempo dilaniato, in cui ci sembra di rincorrere sempre l’attimo, e che le ore non bastino mai, divisi tra famiglia, lavoro, impegni, questo suo equilibrio ci può ricordare le nostre priorità; nella bilancia vanno il servizio per gli altri, il nostro dovere per la società, ma anche dei momenti per fermarci, ritrovare il senso di quello che facciamo dentro la nostra relazione con il Signore. È lui che ci dà la forza per affrontare il mondo, che ci spinge a buttarci dalla barca per fare miracoli insieme e poi ci aiuta se non riusciamo da soli. E solo guardandolo e sentendomi guardato possiamo riuscire a ritrovare il nostro baricentro, a stare in equilibrio sulle acque. è la preghiera che non ci fa affondare.
“Pregare è fissare lo sguardo sul Signore, la preghiera ci educa a guardare prima il volto di Dio e poi le onde e le tempeste della vita. Quando ci lasciamo amare da Lui, non è detto che la tempesta finisca subito. Ma certamente non avrà più il potere di farci affondare” (LME).“Sprofondare sarà inevitabile: ma proprio quando l’abisso ci inghiotte, il Risorto ci tende la mano. Rimane quella domanda, che non dobbiamo necessariamente intendere come un rimprovero rivolto alla nostra poca fede (così altrove nei vangeli), perché è anche un invito a maturare nella fede interrogandoci sulle ragioni che rendono difficoltose le traversate delle nostre vite e ci portano ad affondare: “Piccolo di fede, perché hai dubitato?” (MdB).
Per gentile concessione di don Vincenzo Leonardo Manuli
Link all’articolo del suo blog
Don Vincenzo è nato il 7 giugno 1973 a Taurianova. Dopo la laurea in Economia Bancaria Finanziaria ed Assicurativa nell’Università Statale di Messina conseguita nel 1999, ha frequentato il Collegio Capranica a Roma dal 2001 al 2006. Ha studiato filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma dal 2001 al 2006 retta dai padri gesuiti della Compagnia di Gesù. […]

