don Vincenzo Leonardo Manuli – Commento al Vangelo del 17 maggio 2026

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Sul monte in Galilea avviene l’incontro tra il Risorto e gli undici: “Quando lo videro, si prostrarono, essi però dubitavano” (Mt 28,17). Sul monte, si raduna una comunità ferita e dubbiosa, traumatizzata e smarrita, ma nonostante tutto, il comando del Risorto: «Andate, battezzate, insegnate». 

Pasqua e ascensione, risurrezione e intronizzazione alla destra dei cieli, al di sopra di tutto, Dio ha messo sotto i suoi piedi (Sal 8), capo e pienezza, perfetto compimento di tutte le cose: “il Risorto promette loro: “Io sono con voi, sempre, tutti i giorni”. “Si tratta di una promessa che impegna la fede dei discepoli, i quali ogni giorno dovranno esercitarsi all’arte di discernere e credere la presenza del Risorto. E dovranno, e noi con loro, rinnovare la propria personale promessa fondandosi sulla promessa fedele del Signore Gesù: “Io sono con voi” “(MdB).

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L’obbedienza

Sono trascorsi 40 giorni dopo la risurrezione, l’Ascensione è il compimento della festa di Pasqua, un altro modo per presentare l’evento pasquale: l’umiliato è intronizzato alla destra di Dio e diventa la testata d’angolo. “Non vi è nessuna parola, ma solo un atto di adorazione di fronte a Gesù ormai riconosciuto quale Kýrios, Signore vivente. «Alcuni però dubitano», hanno una fede vacillante: sono in balia di quella «poca fede» tante volte rimproverata da Gesù alla sua comunità (cf. Mt 8,26; 14,31; 16,8; 17,20), di quell’atteggiamento che così spesso si insinua anche nel nostro cuore indurito…” (EB). 

Il Risorto si è presentato ai discepoli durante 40 gg., da questi incontri che mangia con loro, celebra l’Eucaristia, ogni giorno la frazione del pane, ascoltano la sua parola e ricevono la forza per metterla in pratica, nell’Ascensione, con gli occhi per aria per contemplare Colui che veniva portato nelle nubi, veniva intronizzato e due angeli intervengono:  “Tuttavia, una cosa i discepoli la sanno ancora fare. Una sola. Ma è la cosa essenziale. Ricordano la parola che Gesù aveva loro detto e le obbediscono: “Andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro indicato” (Mt 28,16)” (MdB). 

Annunciare il vangelo

“Pensavano di salutarlo per sempre gli undici e anche a noi, in fondo, sembra che la sua ascensione sia una partenza definitiva; invece quel suo salire al cielo, ce lo apre quel cielo, ce lo avvicina così tanto da farlo arrivare fino a terra, a penetrare ogni istante della nostra storia” (LV). Il Risorto ai discepoli: “il vostro compito è essere testimoni ed annunciare il vangelo”. La testimonianza, è la comunicazione di una esperienza che si è fatta propria, incarnata, vissuta.

“La vera testimonianza si dà nella misura in cui si vive in prima persona ciò che si vuole annunciare agli altri; anzi, chi insegna ciò che non vive deve essere consapevole che così pone ostacoli alla ricezione del Vangelo e può addirittura provocarne il rifiuto da parte degli uomini! La missione affidata e la promessa della sua compagnia: “Io sono con voi”. Matteo inizia con l’Emmanuel, il bambino che doveva nascere, alla fine si presenta come “Io sono, Io sono con voi “, Gesù è il Dio con noi fino al compimento. “Gesù asceso al cielo dimora alla destra del Padre quale intercessore a favore degli uomini (cf. Rm 8,34), eppure è sempre accanto a noi. Ci è chiesto solo di credere che il Risorto, pur nella sua assenza fisica, è con noi, che il Signore Gesù e ciascuno di noi viviamo insieme” (EB).

Il potere dei discepoli

“Ma nel tempo che intercorre tra la resurrezione e la venuta gloriosa del Signore, la manifestazione nella storia della sua autorevolezza dipende dalla fedeltà dei discepoli al mandato con cui egli, mettendo fede nella loro debole fede, li invia fino ai confini del mondo: «Andate e fate discepole tutte le genti, battezzandole nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro a osservare ciò che vi ho comandato». E qui va detto con chiarezza: l’opera di evangelizzazione è possibile solo a condizione di essere prima evangelizzati, di essere plasmati dal Vangelo che si annuncia” (EB)

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“Agostino, predicando l’Ascensione del Signore a Cartagine, anche i suoi fedeli rischiano di guardare il cielo nel modo sbagliato. «Salite insieme a Cristo – esordisce nel Discorso 261 – e tenete in alto il cuore. Nel salire però non insuperbiamoci». La distinzione che traccia è tagliente: c’è un’altezza che è fuga dalla realtà e c’è un’altezza che è rifugio in Dio. «Avere il cuore in alto ma non rivolto al Signore significa essere superbi; invece avere il cuore in alto rivolto al Signore significa rifugiarsi in lui» (Discorso 261.1). Il cielo non è conquista. È accoglienza. La logica agostiniana dell’Ascensione si fonda su un’inversione vertiginosa: «Ascese, ma chi? Colui che prima discese. È disceso per guarirti; ascende per elevarti. L’epoca in cui viviamo è ossessionata dall’auto-elevazione – self-improvementupgrading,performance misurata in follower. Agostino conosce questa tentazione e la chiama col suo nome antico: superbia. Chi si eleva da solo cade, perché il peso della propria fragilità è ciò che nessuna tecnica di auto-potenziamento  può sostenere” (P. Muller).

Guardare in alto allora è orientamento, spaziare con lo sguardo, il Dio da cercare è immerso nell’infinito della storia, uno sguardo al cielo e uno sguardo alla terra. 

Per gentile concessione di don Vincenzo Leonardo Manuli
Link all’articolo del suo blog

Don Vincenzo è nato il 7 giugno 1973 a Taurianova. Dopo la laurea in Economia Bancaria Finanziaria ed Assicurativa nell’Università Statale di Messina conseguita nel 1999, ha frequentato il Collegio Capranica a Roma dal 2001 al 2006. Ha studiato filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma dal 2001 al 2006 retta dai padri gesuiti della Compagnia di Gesù. []